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I “Liberi-Giudici” o “Illuminati di Westfalia”

La Santa Vehme o Illuminati di Westfalia

I liberi-giudici furono una società segreta che, nell’interesse dell’ordine e del governo, si opponeva a società segrete anarchiche e rivoluzionarie.

Le superstizioni sono sempre tenaci e il druidismo degenerato aveva profonde radici nelle terre selvagge del nord. Le frequenti insurrezioni dei Sassoni testimoniavano un fanatismo sempre irrequieto, che la forza morale era nell’impossibilità di reprimere. Tutti i culti sconfitti, il paganesimo romano, l’idolatria germanica, il rancore ebreo, si alleavano contro il cristianesimo vittorioso. Si effettuavano assemblee notturne e i congiurati, in quelle occasioni, cementavano l’alleanza col sangue di vittime umane. Un idolo panteistico dalle corna di capro e dalle forme mostruose presiedeva a banchetti che si potrebbero chiamare “agapi dell’odio”.

In poche parole, in tutte le foreste e in tutti i deserti delle province ancora selvagge, si celebrava il sabba. Gli adepti vi si recavano mascherati e irriconoscibili; l’assemblea spegneva le luci e si disperdeva allo spuntare del giorno; i colpevoli erano dappertutto, ma non si riusciva a prenderli da nessuna parte. Carlo Magno decise di combatterli con le loro stesse armi. A quei tempi, d’altronde, le tirannie feudali cospiravano coi ribelli contro l’autorità legittima; le streghe erano le prostitute dei castelli; i banditi iniziati al sabba dividevano coi signori i frutti insanguinati delle loro rapine; si vendevano le giustizie feudali al miglior offerente, e la spesa pubblica era soltanto a carico dei deboli e dei poveri, che ne erano schiacciati.

Carlo Magno mandò in Westfalia, dove la situazione era peggiore, degli agenti feudali, incaricati di una missione segreta. Questi inviati attirarono e legarono a sé col giuramento e la sorveglianza reciproca quanti fra gli oppressi avevano ancora energia e quanti fra il popolo e la nobiltà amavano ancora la giustizia. Rivelarono ai loro adepti i pieni poteri che l’imperatore aveva conferito loro, e istituirono il tribunale dei liberi-giudici. Si trattava di una polizia segreta, avente diritto di vita e di morte. Il mistero che circondava i giudizi, la rapidità delle esecuzioni, tutto ciò colpì l’immaginazione di questi popoli ancora barbari.

La Santa Vehme assunse proporzioni gigantesche. Si rabbrividiva raccontando di apparizioni di uomini mascherati, di citazioni affisse alle porte delle dimore di signori potentissimi, perfino vicino alle loro guardie e durante le orge, di capi di briganti trovati morti col terribile pugnale cruciforme nel petto, sul quale era infisso un cartiglio che riportava l’estratto del giudizio della Santa Vehme.

Questo tribunale ostentava, nelle sue riunioni, manifestazioni fantasiose: il colpevole, preso in qualche crocicchio malfamato, era afferrato da un uomo nero che gli bendava gli occhi e lo portava via in silenzio. E ciò avveniva sempre di sera, a tarda ora, perché i giudizi si pronunciavano solo a mezzanotte. Il criminale era introdotto in vasti sotterranei, dove una voce lo interrogava; poi gli si toglieva la benda: il sotterraneo si illuminava in tutte le sue recondite profondità e apparivano i liberi-giudici, tutti vestiti di nero e mascherati. Non sempre le sentenze erano mortali, dal momento che qualcuno è tornato a dire ciò che vi succedeva, e un libero-giudice non l’avrebbe mai detto, perché la morte l’avrebbe colpito all’istante.

A queste spaventose assemblee partecipavano così tante persone da far pensare a un’armata di sterminatori: una notte in cui l’imperatore Sigismondo [lo stesso fondatore dell’Ordo Draconis] presiedeva lui stesso la Santa Vehme, intorno a lui sedevano in cerchio più di mille liberi-giudici.

Nel XV secolo, c’erano in Germania centomila liberi-giudici. La gente con la coscienza sporca temeva parenti e amici. «Se il duca Adolfo di Sleiswyek viene a farmi visita» diceva un giorno Guglielmo di Brunswick «bisognerà pure che lo faccia impiccare, se non voglio essere impiccato io stesso».

Un principe della stessa famiglia, il duca Federico di Brunswick, che fu per brevissimo tempo imperatore, si era rifiutato di recarsi a una citazione dei liberi-giudici; non usciva più se non armato di tutto punto e circondato da guardie. Ma un giorno dovette allontanarsi un poco dal suo seguito e togliersi una parte dell’armatura: non lo si vide più tornare. Le guardie entrarono nel boschetto dove il duca aveva voluto stare solo un momento; il disgraziato stava morendo, col pugnale della Santa Vehme nelle reni e la sentenza appesa al pugnale. Guardarono da ogni parte, e videro un uomo mascherato che si allontanava con passo solenne… Nessuno osò inseguirlo!

Nel Reichstheater di Müller è stato pubblicato il codice della corte vehmica, ritrovato negli antichi archivi di Westfalia. Ecco il titolo di questo vecchio documento: «Codice e statuto del santo tribunale segreto dei liberi-conti e dei liberi-giudici di Westfalia, istituiti dall’imperatore Carlo Magno nell’anno 772, con l’aggiunta delle correzioni apportate al suddetto statuto nel 1404 dal re Roberto, che vi ha fatto cambiamenti e aggiunte, secondo le esigenze dell’amministrazione della giustizia, nei tribunali degli illuminati, dopo averli investiti della sua autorità». Un’avvertenza, posta sulla prima pagina, proibisce a qualsiasi profano di gettare uno sguardo su questo libro.

Il nome di «illuminati» che è dato qui agli affiliati del tribunale segreto, rivela quale fosse la loro missione: essi dovevano seguire nell’ombra gli adoratori delle tenebre, circuivano misteriosamente coloro che cospiravano contro la società ammantandosi di mistero; ma erano i soldati occulti della luce, che dovevano far esplodere la luce su tutte le trame criminali. Questo era il significato di quello splendore improvviso che illuminava il tribunale quando pronunciava una sentenza.

Le disposizioni pubbliche della legge ai tempi di Carlo Magno autorizzavano questa guerra santa contro i tiranni della notte. Si può vedere nei Capitolari con quali pene dovessero essere puniti gli stregoni, gli indovini, gli incantatori, coloro che facevano le legature, che evocavano il diavolo e gli avvelenatori per mezzo di presunti filtri d’amore. Le stesse leggi proibivano espressamente di offuscare l’aria, di provocare tempeste, di fabbricare caratteri e talismani, di gettare il malocchio, di fare malefizi, di praticare sortilegi, sia sugli uomini sia sui greggi.

Gli stregoni, gli astrologi, gli indovini, i negromanti, i matematici occulti erano dichiarati esecrabili e condannati alle stesse pene degli avvelenatori, dei ladri, degli assassini. Tale severità è comprensibile se si pensa ai riti orribili della magia nera e agli infanticidi sacrificali. Il pericolo doveva essere davvero grande se la repressione si manifestava in forme così molteplici e severe.

Eliphas Lévi, Storia della Magia


Ancora sulla SANTA VEHME:
Ricostruzione di NOTEBOOKLM da Cos’È Cosa Nostra di Stefania Marin

Il legame tra la Santa Vehme (o Tribunale Veemico) e la Mafia italiana (Cosa Nostra) si fonda su una presunta continuità storica, ideale e metodologica che attraversa i secoli, passando per sette intermedie come i Vendicosi e i Beati Paoli. Seguono i punti chiave che collegano queste due realtà secondo le fonti:

1. Derivazione Storica e Sette Intermedie: Le fonti suggeriscono che la Santa Vehme, [ri]sorta in Westfalia all’inizio del XIII secolo, fosse un modello di società segreta politica volto a resistere all’oppressione. Esiste l’ipotesi che la setta siciliana dei Vendicosi (XII secolo) e la Santa Vehme fossero branche diverse di un’unica organizzazione legata alla casa reale sveva. Successivamente, la tradizione popolare indica che i Vendicosi si siano riattivati nel XV-XVI secolo sotto il nome di Beati Paoli, i quali sono considerati dai mafiosi stessi i loro diretti antenati;

2. Affinità nei Metodi e nel Simbolismo, tra cui:

2a. Il Tribunale Occulto: Entrambe le organizzazioni operavano come tribunali invisibili che giudicavano e punivano i colpevoli che la legge ordinaria non riusciva a colpire;

2b. L’uso del Pugnale: Sia per la Santa Vehme che per i Beati Paoli (e successivamente per la Mafia), il pugnale era lo strumento d’elezione per eseguire le sentenze di morte;

2c. Segretezza e Omertà: Entrambe imponevano ai membri giuramenti solenni di segretezza assoluta sotto pena della vita, richiamando quello che oggi conosciamo come il codice dell’omertà;

3. La Testimonianza dei Mafiosi: L’idea di questo legame non è solo storiografica ma interna alla cultura mafiosa. Il boss Tommaso Buscetta dichiarò esplicitamente che la mafia affonda le radici nel passato, citando i Beati Paoli come predecessori con cui condividevano «lo stesso giuramento e gli stessi doveri». Alcuni autori del XIX secolo, come Gabriele Quattromani, arrivarono a definire i Beati Paoli come i «figli» del Tribunale segreto westfalico (Santa Vehme);

4. Il Modello Comune (gli Assassini): Entrambe le organizzazioni sembrano aver tratto ispirazione dalla Setta degli Assassini mediorientale. La Santa Vehme ne imitò la struttura gerarchica e l’iniziazione, mentre la Mafia ha mantenuto nel tempo un modus operandi e una dottrina segreta che alcuni ricercatori rintracciano fino alle logge ismailite d’Oriente.

In sintesi, la storiografia e il folclore delineano un percorso evolutivo che parte dai tribunali segreti tedeschi e, attraverso la dominazione sveva in Sicilia, si trasforma nei Vendicosi, poi nei Beati Paoli, fino a giungere alla struttura moderna di Cosa Nostra. Potremmo immaginare questa connessione come un antico fiume sotterraneo che nasce nelle foreste della Germania medievale; pur cambiando nome e scorrere in terre diverse come la Sicilia, mantiene la stessa acqua torbida fatta di giustizia privata, segretezza e rituali di sangue fino a riemergere in superficie nelle forme della Mafia moderna.

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