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Gli Archetipi

I 12 archetipi junghiani

L’Archetipo è un ente dell’inconscio collettivo. Più precisamente, è l’insieme dei modelli comportamentali relativi a una specifica condizione umana. Ogni modello si è formato nel tempo per “accumulo”, acquisendo un potere attrattivo tanto più forte quanto più il corrispondente comportamento è stato ripetuto nella storia nella stessa condizione. Il concetto si confonde e forse coincide con quello di eggregora, e nulla esclude che la sua complessità, immersa come tutto nella coscienza universale, sviluppi a sua volta una coscienza individuale. Ecco allora che la corrispondenza tra archetipi e divinità sarebbe più di un’analogia.

In termini più generali, il meccanismo di accumulo interviene nel cosiddetto “apprendimento a distanza”[1] studiato da Rupert Sheldrake (cfr. A. Sheckter, Guida al Paranormale[2]), ed è lo stesso ipotizzato da Lee Smolin per l’emersione delle leggi fisiche da successioni di eventi inizialmente casuali → tanto più si presentavano, tanto più diventavano probabili (cfr. L. Smolin, La Rivoluzione Incompiuta di Einstein[3] e D. Marin, La Nuova Fisica di Ettore Majorana). L’ipotesi di Smolin implica leggi probabilistiche (in linea all’assunto della Meccanica Quantistica), con una costante di Planck infinita all’inizio dei tempi e progressivamente calante, idealmente nulla nell’infinito futuro.

Mentre negli esseri umani il confine del singolo è ben marcato, tra gli archetipi si ravvede una certa sovrapposizione. È come se i modelli di ogni situazione dipingessero una superficie, la quale viene da noi suddivisa arbitrariamente in tessere. L’alternativa sarebbe prendere punto per punto, ma la considerazione di infiniti archetipi sarebbe ingestibile e non gioverebbe a nessuno. L’arbitrarietà fa sì che il numero di archetipi vari con la tradizione, ad esempio 22 per i tarocchi e la cabala, 24 per il seiðr (rune), 12 per l’astrologia caldaica (segni e case), decine o centinaia per gli affollatissimi pantheon delle civiltà, ecc.


L’individuo si trova spesso conteso tra due istanze: (1) il suo intento sviluppato da una logica di opportunità e dalle pressioni sociali (nous); (2) l’attrazione degli archetipi verso la strada prevista, che è il cammino funzionale alla sua crescita spirituale (dharma).

Se tali istanze sono in conflitto, interviene ananke, che è la necessità o causa errante. Nei suoi libri, Daniel Lumera introduce il concetto analogo di “Roaming Wild”, ovvero il coraggio di perdersi, abbandonando i sentieri tracciati, le etichette sociali e la routine per ritrovare la propria autenticità.[4]

L’azione di ananke è una corrente che rifiuta di svelare le sue mosse ma promette di condurre il marinaio in patria; è tanto liberatoria per l’uomo che si affida e riposa, quando impietosa per colui che sospetta e forza il timone contro di essa.

Il rifiuto di ananke determina una situazione di stasi psicologica in cui il nostro errare tra un’esperienza e l’altra è troppo incerto e parziale per produrre reale conoscenza. La nostra resistenza rende la spinta degli archetipi dolorosa e il loro messaggio diviene incomprensibile, dando addito a nevrosi e psicosi.[5] Una buona metafora è quella di un bambino sul seggiolone mentre la mamma lo prende in braccio per portarlo a letto. Più lui si afferra ai braccioli, più sentirà male al momento del distacco.

Se i pagani invocavano gli dèi/archetipi affinché la loro voce soverchiasse il nous, i cristiani invocano lo Spirito Santo, che è la capacità di abbandonarsi con fiducia all’ignoto; così per essi il nous cessa di udirsi. È come avere due radio che inizialmente si disturbano a pari volume. I pagani alzavano il volume di quella “buona”, mentre i cristiani spengono quella “cattiva”.


Per estensione, il termine archetipo denota anche quelle figure o situazioni che rendono l’individuo consapevole dell’attrazione esercitata da un modello archetipico. In psicologia analitica hanno ad esempio un ruolo rilevante anima e di spirito. La prima si manifesta attraverso sbalzi d’umore, ipersensibilità, sentimentalismo, irritabilità irrazionale o velleità artistiche il cui fine è sottrarre l’individuo a una vita che non gli appartiene. Lo spirito si presenta invece nei sogni come un anziano autorevole, un maestro, un sacerdote, uno stregone, una guida spirituale o un eremita. Oppure è un elemento naturale o un animale parlante, pregno di saggezza e votato al risveglio del suo ospite.

Una forma di spirito è il già citato Spirito Santo della tradizione cristiana; esso agisce infatti come un modello che informa, una lente o chiave interpretativa che riconosce una finalità nel dolore, che è l’approdo a una vita dotata di significato. Sfuggendo al dizionario cristiano, esso illumina il rientro nel dharma.

In altre parole, il ruolo dello Spirito Santo è dare coscienza che pure la nota stonata è stata prevista dall’inizio quale passaggio obbligatorio per affinare la tecnica e produrre i suoni più incisivi. Esso funge da mediatore tra nous e ananke, rendendoli uno nel dharma. Lo Spirito Santo svuota la mente e la rende ricettiva all’intuizione. Riconoscere il dolore avvia il processo di guarigione, che si completa ritornando nel dharma. E poiché ogni cosa si accompagna al proprio opposto, la faccia oscura dello Spirito Santo (Diavolo[6]) è ciò che disconosce il dolore e rifiuta d’integrarlo, protraendone la durata e ostacolandone la sopportazione. È ciò che estende il controllo oltre l’opportuno, ponendo la mente in allerta e alimentando ansia e paranoia. Solo per questo potremmo appellare la società moderna “diabolica”. Per i Greci lo stesso archetipo/dio era Atena, per i Romani Minerva. Come usuale tra i pagani, non vi era nulla di blasfemo nel riconoscere allo stesso dio azioni opposte.[7]

La vita in effetti avrebbe la possibilità di svilupparsi senza sfuggire al dharma. Permanendo nel panico (precarietà, incertezza), facendosi ricettiva (in uno stato di accettazione e fiducia), la ninfa (immaginazione) diviene strumento. La ninfa Siringa, ad esempio, diviene una canna da cui Pan ricava uno zufolo. Tramite l’immaginazione, la libido (spinta o impulso naturale) scopre una modalità sana di esprimersi. Lo stupro (in prima istanza metaforico) è stato evitato. Esso si compie invece quando la ninfa (immaginazione) viene limitata, cioè costretta in uno spazio angusto, tramite l’attribuzione di significati arbitrari, ovvero impostando una paranoia. Un’immaginazione stuprata (soppressa o negata) è come un argine abbattuto. Così la libido fluisce in disordine all’interno o all’esterno del soggetto paranoide, comunque infliggendo sofferenza.[8]

Una paranoia oggi diffusa consiste nel credere che tutti gli eventi siano controllabili a patto di superare un certo livello di attenzione (ignoto e perciò inverificabile). Rifuggendo il panico, essa realizza in primis l’atteggiamento che rende possibile lo stupro; quindi lo compie. Pur foriera di gran parte delle nevrosi e psicosi moderne, l’ipotesi sopravvive in quanto non falsificabile: ogni fallimento può essere infatti ricondotto a un’attenzione sotto l’asticella.


Poiché l’inconscio collettivo appartiene a tutti, non possiamo escludere l’eventualità che un individuo invii un segnale a un determinato archetipo affinché disturbi il segnale da questo a una seconda persona. Se questo fosse il caso, un osservatore cristiano intenderebbe l’invio del primo segnale come il lancio di un maleficio, associando il disturbo alla conseguente vessazione diabolica.

Molti dei sintomi che la religione ascrive alla vessazione diabolica sono tuttavia riconducibili all’ombra, la cui consistenza è tanto maggiore quanto più la spontaneità dell’individuo viene interrotta dalle prescrizioni sociali o famigliari. L’ombra è l’archetipo che raccoglie gli aspetti del nostro sé (carattere, desideri, paure) che l’io cosciente non è pronto ad accettare. È il “sottoinsieme” di Pan che ne racchiude gli aspetti inconsci.

Tali aspetti possono essere proiettati, ovvero individuati in altre persone che nell’esibirli ci appaiono irritanti, o possono addirittura condizionare gli eventi esterni affinché siamo costretti a guardarci dentro e vederli nella loro posizione originale. Se tali eventi costituiscono una serie di sfortune che sfida il calcolo della probabilità, un osservatore cristiano li reputerà frutto di vessazione.

Mancando il maleficio, l’esorcista ne individuerà la causa nei peccati del sofferente, suggerendo comportamenti coercitivi che intaccheranno ancor più la spontaneità del soggetto, peggiorando la sua condizione.


Così la vedo io, che ovviamente posso sbagliare.


[1] Più individui acquisiscono una determinata capacità, più il “campo morfico” associato a quel comportamento si rafforza. Di conseguenza, diventerà progressivamente più facile e più veloce per altri membri della stessa specie apprendere la stessa abilità in futuro, anche se si trovano dall’altra parte del pianeta e non hanno alcun contatto fisico o visivo con chi ha appreso l’azione originaria.
[2] Artiom Sheckter (a cura di), Guida al Paranormale, Odoya 2024, p. 396-401.
[3] Lee Smolin, La Rivoluzione Incompiuta di Einstein: La Ricerca di Ciò che C’È al di Là dei Quanti, Einaudi (Saggi) 2022, pp. 204-207.
[4] Daniel Lumera, Scegli la Tua Vita – Vocazione, Significato, Talento: Come Trovarli Dentro di Sé, Solferino 2025, pp. 13-57.
[5] Pare una sorta di Effetto Doppler: se mi muovo lungo il dharma, il segnale degli archetipi è intelleggibile; se mi allontano dal dharma, il segnale diventa confuso, come se cambiasse frequenza.
[6] L’accezione qui è quella cristiana, diversa da quella junghiana del diavolo inteso come ombra.
[7] Cfr. James Hillman, La Vana Fuga dagli Dei, Adelphi 2024. J.R.R. Tolkien espresse la stessa idea della nota stonata ma prevista – pur venendo da un atto di ribellione – nel capitolo 1 “Ainulindalë” de Il Silmarillion, Bompiani 2022.
[8] Cfr. James Hillman, Saggio su Pan, Adelphi 2024


L’Interiorità nella Psicologia Analitica


L'Interiorità in Psicologia Analitica


La figura schematizza le componenti della psiche secondo la psicologia analitica. I nomi adottati per gli archetipi sono mutuati dai romanzi arturiani, così come illustrati ne La Psicologia del Graal di Emma Jung e Marie-Louise von Franz.

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