
Lo Scontro Massonico in Vaticano, Anni ’50-‘80
Dalla fine della 2a Guerra Mondiale al luglio 1981 (mese del cosiddetto “armistizio”), il mondo massonico è stato diviso in due grandi blocchi in feroce conflitto tra loro, guidati rispettivamente dalle logge internazionali White Eagle [WE] e Three Eyes [TE].

Estratti (salvo diversa indicazione) da I Millenari, Via Col Vento In Vaticano, Kaos 1999:
“Nessuno saprà dell’accaduto” (pp. 168-173)
Tre prelati di curia si alternavano periodicamente a scambiarsi l’invito a colazione. Il prelato più anziano dopo pranzo amava per relax passeggiare in zone periferiche di Roma con gli altri due. Si sa: se tra due si confida, in tre si commenta. Verso i primi degli anni Settanta, un giorno, finito il pasto, l’anziano monsignore indicò anche la meta: verso Santa Maria Galeria con un torrido caldo pomeridiano che egli gradiva. Su e giù per la strada allora polverosa per oltre un’ora a smaltire l’ottimo pranzo degustato, lontani da sguardi e orecchi indiscreti.
L’anziano prelato era della segreteria di Stato, dove copriva un posto di riguardo; era un archivio ambulante, intelligente e vivace, felice e faceto nel conversare. Sempre geniale, aveva pronta la battuta, una parola lepida, un motto arguto e scultoreo, una facezia per sollevare lo spirito, una frase azzeccata, un epiteto mordace; cose che ne rivelavano l’acume e il genio. Riusciva a seguire il nesso del suo dire ricco di trapassi sillogici come una musica d’intelligenza pura, sottile nel cogliere sempre il punto focale del discorso.
Si parlava di coloro che conoscendo molto bene virtù e debolezze di Paolo VI [Giovanni Battista Montini] riuscivano a ricattarlo a volte con lo spauracchio di chissà quali rivelazioni e scandali sui mass media. Il buon vino sorseggiato aveva reso il cuor del navigato prelato leggero e allegro, come quello di Assuero.[1] S’arresta tra i due, sorride maliziosamente coi perfetti denti affilati a melograno, la sua mole coperta di un completo di sottana pieghettata che lasciava supporre l’ampiezza del di sotto, porta il dito sulle labbra e si fa promettere il più assoluto riserbo: «Non è una fiaba quel che sto per dirvi, è storia vera; ma non da dirla in giro! … Perché là», e indicava il muro tessellato a mosaico della radio vaticana, «la morale è solo uno dei metodi per raggiungere l’appoggio al proprio scopo, non da tutti decifrabile… Certamente voi sapete perché papa Pacelli [Pio XII] spedì il suo diretto collaboratore, monsignor Montini, da pro-segretario di Stato ad arcivescovo di Milano…». Dal volto dei due interlocutori lesse che la loro informazione appariva carente, incompleta o forse differente. Iniziò a confidarsi con tatto di maestro.
Pio XII, dopo la morte del cardinal Luigi Maglione, preferì non essere condizionato da un altro cardinale a segretario di Stato. Lasciò che monsignor Giovan Battista Montini ne facesse le veci come sostituto e più tardi pro-segretario di Stato. Tuttavia il Papa, da profondo conoscitore dell’infido ambiente curiale, s’era scelto un agente segreto, laico, capace di fornirgli informazioni riservate, che i nunzi non erano in grado di dare, specialmente sui fatti politici dei Paesi d’oltre cortina.
L’agente rispondeva al nome di Arnould, un colonnello che aveva accesso al Papa quasi mensilmente. Verso ferragosto del 1954, l’agente segreto consegnò in mano di Pio XII una busta sigillata da parte dell’arcivescovo luterano di Upsala, Yngue Torgny Brilioth, ammiratore del Pontefice e collaboratore in aiuto ai cattolici dei Paesi comunisti; nell’affidarla, egli tenne molto a dire al colonnello di non farla passare attraverso alcun servizio vaticano, ma di consegnarla direttamente nelle mani del Pontefice. Lo scritto conteneva le prove su certe relazioni che un’alta autorità del Vaticano intratteneva con i governi sovietici. Infatti, la volta precedente papa Pacelli, informato del fatto, aveva giurato di ritenere la cosa impossibile, mancando il suo consenso.
L’operato del pro-segretario, fatto a insaputa del Pontefice, era di una gravità unica. In netta antitesi con le direttive di Pio XII, che aveva in orrore il comunismo, Montini aveva iniziato a tenere rapporti secreti con quei persecutori della Chiesa cattolica in Urss. Da un’accurata inchiesta risultò che il gesuita padre Tondi, della cerchia montiniana, aveva passato ai sovietici la lista dei vescovi clandestini e dei sacerdoti colà inviati od ordinati in clandestinità, i quali, traditi dalla delazione, erano stati tutti arrestati e uccisi o morti nei lager. A questo si aggiungeva anche l’altro fatto grave di aver nascosto al Papa lo scisma dei vescovi cattolici che si andava consumando nella Cina comunista.
Il Pontefice, presente Arnauld, lesse la lettera e, turbato in volto, ammutolì. Il 30 agosto moriva santamente l’arcivescovo di Milano, cardinal Ildebrando Schuster. A fine settembre Pio XII chiama il pro-segretario di Stato Montini e gli dice di aver pensato d’inviarlo come arcivescovo a Milano. Era senz’altro una diminutio capitis, da capo della segreteria Stato ad arcivescovo periferico, seppure della più grande arcidiocesi d’Italia. Montini sommessamente ribatté: «Padre Santo, avrei pensato di finire la mia modesta opera a servizio di Vostra Santità in curia!». Papa Pacelli, senza aggiungere altro, si staglia in tutta la sua longilinea persona e con tono autorevole e severo indica: «Eccellenza, riceva la prima benedizione apostolica quale arcivescovo di Milano! Grazie del servizio prestatomi!». Montini la ricevette in ginocchio.
Il 1° novembre di quell’anno monsignor Montini prendeva possesso di Milano dove per quattro anni – finché visse Pacelli – non fu fatto cardinale. Il Papa intendeva così escluderlo da una possibile candidatura al soglio pontificio. Per il resto della sua vita Pio XII si rassegnò a governare in prima persona l’andamento degli affari esteri vaticani.
Da presidente della conferenza episcopale lombarda, l’arcivescovo Montini aveva relazione con tutti i vescovi della regione, tra i quali c’era quello di Novara che era molto stimato e consultato da Pio XII, monsignor Vincenzo Gilla Gremigni, tenuto a conoscenza dei fatti descritti. Monsignor Montini per carattere non era portato a coprire, ma a rintuzzare colpo su colpo. Mentre lui a Milano aveva solo un vescovo ausiliare dal 1955 – il secondo ausiliare l’ottenne solo nel 1961 – monsignor Gilla, forte dell’amicizia col Papa, ebbe per Novara, in una sola volta, due ausiliari, uno 62enne e l’altro molto giovane, di 44 anni, entrambi consacrati a settembre 1958. Fatti che Montini si legava al dito e che finivano in scaramucce più o meno larvate.
Quando l’arcivescovo di Milano aveva ritenuto di sciogliere e trasferire altrove “Il Popolo d’Italia”, giornale d’orientamento cattolico, ben affermato in Lombardia, monsignor Gilla Gremigni protestò che tale decisione fosse stata presa senza interpellare l’episcopato lombardo. La risposta dell’arcivescovo Montini, recata a mano all’episcopo di Novara a sera avanzata, fu di tale violenza che mentre la leggeva monsignor Gremigni, in condizioni cardiache già compromesse, si accasciò sulla scrivania e rimase fulminato: erano le ore 23 circa del 7 gennaio 1963.
Appresa la notizia, Montini, che nel frattempo papa Roncalli [Giovanni XXIII] aveva fatto cardinale, all’una di quella stessa notte si presenta in episcopio a Novara e si fa venire il giovane ausiliare – Ugo Poletti – dal quale apprende i possibili motivi dell’infarto: forse, dice Poletti, il contenuto della sua lettera rimasta ancora sulla scrivania dello studio, cui erano già stati apposti i sigilli. Il cardinale Montini fece pressione per tornare in possesso del suo scritto al fine di non dare adito, in pasto alla stampa, a eventuali estrapolazioni concettuali. «Eminenza, i sigilli sono stati posti un’ora fa dall’ufficiale; è notte, non è più possibile disturbarlo a quest’ora!», risponde monsignor Poletti; di rimando il cardinale fa: «Domani è già tardi; sono qui per questo; nessuno saprà dell’accaduto…».
Si disse pure che la storia dei sigilli fosse solo una trovata dell’ausiliare. Fatto sta che, lascito il cardinale ad attendere nervosamente il suo ritorno, dopo due ore circa monsignor Poletti consegna l’autografo a Montini con tante scuse per l’ovvio ritardo, mentre si promettevano a vicenda il più rigoroso riserbo sull’accaduto, che nessun altro mai avrebbe dovuto conoscere.
Tutti sapevano che Giovanni XXIII era gravemente malato. Moriva il 3 giugno di quell’anno. Senza perder tempo, i conclavisti della corrente che faceva capo al cardinale Giacomo Lercaro di Bologna si dettero appuntamento nella villa di Grottaferrata, di proprietà del massone Umberto Ortolani [loggia P2, feudo TE] per stabilire posizione da assumere e candidato da sostenere, cioè Giovanni Battista Montini, debitamente informato. Nei giorni seguenti l’arcivescovo di Milano era in predicato sulla bocca e sulla penna dei migliori vaticanisti. Venne eletto appunto il 21 giugno seguente, attribuendosi il nome di Paolo VI. Arrivato al soglio pontificio, Montini provvide subito a ricompensare l’ospitalità offertagli dal massone Ortolani, nominandolo prontamente Gentiluomo di Sua Santità. Per monsignor Poletti, invece, il Papa sembrava non ricordarsi più niente del broglio di Novara.
Dato che la memoria, quando funziona al presente, fa da specchio retrovisore proiettando il passato nel futuro, qualche trafiletto di stampa cominciò a informare dell’esistenza di una lettera di Montini a Gilla Gremigni come possibile causa del decesso di quest’ultimo. Immediatamente Poletti veniva promosso arcivescovo di Spoleto.
Ma Spoleto per monsignor Poletti era arida. Fece sapere al Papa di volerlo servire direttamente in Roma, e anche le modalità. Due anni dopo, monsignor Poletti passò al Vicariato di Roma come secondo vicegerente con Sua Eccellenza Ettore Cunial, sgambettando gli ausiliari Luigi Poggi, Giovanni Canestri, Oscar Zanera e Primo Trabalzini.
Quando il cardinal Vicario, Angelo Dell’Acqua, muore improvvisamente a Lourdes, il 27 agosto 1972, altri trafiletti di stampa ricordavano nuovamente l’esistenza di quella lettera montiniana a Gilla Gremigni. Come una folata di vento, venne la nomina di Poletti a pro-Vicario del papa Paolo VI a Roma.
A questo punto l’anziano prelato narratore fece una pausa e aggiunse: «E ora è il nostro cardinal Vicario, per grazia di Dio e della Santa Madre Chiesa!».
I due monsignori ascoltavano increduli, e uno di essi fece: «Oh potenza d’una fotocopia! Sa tutto d’intrigo della corte papale del Rinascimento…».
«Questo», riprese il prelato, «per dire chi è Paolo VI, un forte coi deboli e un debole coi prepotenti». Sotto Pio XI un simile prelato sarebbe stato quanto meno sospeso dalle sue funzioni pastorali e inviato in qualche monastero a spegnere le sue brame, come fece con il cardinale Billot, che privò della porpora. Invece, sospinto dal vento del ricatto, monsignor Poletti non si fece indietro ad aiutare il Papa per lunghi anni come cardinale Vicario in Roma, fino alle forzate dimissioni canoniche per tardiva età.
Monsignore guardò sorpreso l’orologio da polso: le 16:30, era in ritardo per un lavoro da presentare al Papa all’indomani. Chise di accompagnarlo direttamente al cortile di San Damaso.
[1] Re persiano protagonista del Libro di Ester, spesso identificato con Serse I (r. 485 – 465 a.C.).

Segreti, segretezze e segreterie (pp. 190-192)
Il Rettore magnifico della pontificia Università Lateranense, negli anni Settanta [stando a wiki, Franco Biffi], aveva dato nell’occhio per i suoi strani spostamenti repentini in Italia e all’estero. Il controspionaggio lo sorvegliava con molto riguardo alla lontana. Lui sospettava qualcosa. A metà dell’anno accademico 1974 il Rettore magnifico licenziò in tronco un docente slovacco, religioso conventuale francescano, che lo deferì alla Rota, e questa, con responso Salomonico, gli dette ragione a metà. Il docente religioso non aveva taciuto le manovre massoniche del Rettore magnifico [per quanto segue, in orbita WE], e questi per ritorsione lo aveva esonerato dall’insegnamento.
Il seguente episodio a suo tempo venne riferito dalla viva voce del francescano. In un giorno estivo del 1974 quel pontificio Rettore magnifico di massoneria prenotava per telefono una camera in un albergo di Genova, nelle adiacenze della stazione. Arrivato in serata, benché l’hotel fosse raggiungibile a piedi egli con il taxi fece un lungo giro vizioso, sospettando qualche pedinamento. Alla reception si presentò in borghese fornendo false generalità. Per il giorno appresso prenotò la colazione di lavoro con due coniugi, che poi risultarono non essere marito e moglie. Il giorno dopo, l’incaricato del servizio segreto preparò un tavolo all’angolo del tutto riservato ai tre, ma essi ne scelsero un altro. L’addetto cameriere risistemò alla svelta i tavoli, avvicinando quanto più possibile quello con sotto la microspia, che a mala pena registrò la conversazione fatta con circospezione e sottovoce. A fatica si decifrava il periodo di febbraio 1975 per la fine di Paolo VI; poi la conversazione verteva sul conclave e si facevano i nomi dei designandi: Baggio, Poletti, Villot. Eppure Paolo VI non soffriva di un male che avesse così precisa scadenza.
Fatto sta che passò febbraio e nulla capitò di quanto presagito: essendo Paolo VI vivo e vegeto, il racconto fu attribuito a parto di mente effervescente. Invece, sul settimanale “Tempo” apparve un articolo che dette conferma al racconto confidenziale. L’articolo affermava che era stato sventato un complotto ai danni della persona del Papa, perché sul sacro tavolo fu recapitata una velina dattiloscritta con cui lo si informava del pericolo; si facevano i nomi del cardinale Baggio e di monsignor Annibale Bugnini; l’articolo accennava all’amara sorpresa del Pontefice, alla difficoltà di poter rimuovere Baggio dai suoi molteplici posti-chiave in curia; poi, l’articolista attribuiva allo sventato complotto la defenestrazione di Bugnini dal suo importante posto di segretario della Congregazione per il culto divino, in tronco senza alcuna spiegazione e svanito nel nulla fino al 4 gennaio 1976, quando si seppe ch’era stato fatto nunzio in Iran. La notizia – mai smentita – fece enorme scalpore e il giro del mondo, all’epoca, correlando eventi e fatti riferiti a una medesima matrice massonica.
La liturgia manipolata (pp. 210-211)
All’epoca postconciliare del Vaticano II, molti indagarono a fondo per appurare da dove potesse provenire l’ordine di sconquassare le antichissime tradizioni liturgiche, patrimonio intoccabile della Chiesa, le cui radici secolari prendevano origine fin dai tempi apostolici e questi dall’Antico Testamento del popolo eletto. Seguirono le mosse dell’artefice principale di gran parte delle rimanipolazioni liturgiche, l’arcivescovo Annibale Bugnini, segretario del Dipartimento pontificio per il culto divino.
Dopo lunghi pedinamenti e appostamenti, le tracce portavano nei pressi del Gianicolo verso la sede massonica del Grande Oriente d’Italia a palazzo Il Vascello. Risultò che l’Annibale s’era messo a disposizione del gran maestro, che gli passava un assegno mensile molto sostanzioso; uno di questi assegni fu fotografato e pubblicato su una nota rivista nell’estate del 1975. Nell’ottobre seguente, seguente, trafiletti di stampa avvertivano che Bugnini era scomparso dalla scena di curia e nessuno sapeva dove s’era andato a rintanare. La speditezza con cui monsignor Bugnini era stato dalla sera alla mattina defenestrato dal suo incarico, voleva essere una lezione di cinismo diplomatico e anche un esempio di nevrosi politica.
I prelati massoni della curia tenevano i due congregati Bugnini e Baggio (quest’ultimo allora prefetto del dicastero dei vescovi) al riparo dell’ira di Paolo VI, informato dai servizi secreti di massima sicurezza al comando del generale dell’Arma Enrico Mino, circa un complotto ai suoi danni. Sbollita l’ira montiniana, il 4 gennaio dell’anno appresso Bugnini si trovò spedito nunzio in Iran, dove rimase fino a luglio del 1982, quando morì di morte naturale procurata.
Monsignor Bugnini aveva espletato alla perfezione il compito affidatogli dal grande architetto dell’universo massonico, satana, sulla deflorazione della sacra liturgia. Uscito ormai allo scoperto, il prolungamento della sua esistenza sarebbe stato d’impiccio e d’impaccio a sé e all’ordine, che in circostanze del genere ha facoltà di decidere a riguardo, stando al giuramento che ogni apprendista massone fa quando entra nel primo grado della “luce” iniziatica.

La piovra massonica nel Palazzo (pp. 226-227)
Appena arrivato ad arcivescovo di Milano, monsignor Montini eleggeva a suo consulente finanziario il cattolicissimo massone Michele Sindona. Affidando poi, da Papa, le sorti della finanza cattolica dello Ior[1] all’indiscussa competenza ladresca e criminale dei cattolici massoni Michele Sindona e Roberto Calvi, che si avvalevano di due altri fratelli massoni della Loggia P2, Licio Gelli e Umberto Ortolani.
Nel 1987 il giornalista massone Pier Carpi, confermando l’assunto del “fratello” Fulberto Lando secondo il quale alla Loggia P2 aderivano anche cardinali e vescovi in incognito, specificava che «si chiama “Loggia Ecclesia” [altrove “Mafia di Faenza”] ed è in contatto diretto con il gran maestro della Loggia Unita d’Inghilterra, il duca Michele di Kent. Tale loggia opera in Vaticano dal 1971. Vi appartengono più di cento fra cardinali, vescovi e monsignori di curia. Riescono a mantenere il più assoluto segreto, ma non al punto da sfuggire alle indagini degli uomini della potente “Opus Dei”»[2].
[L’opposizione tra Loggia Ecclesia e Opus Dei ci permette di individuare uno schema. L’Opus Dei, come la Loggia P2, è variamente connessa alla Loggia Internazionale Three Eyes. Essendo la P2 una loggia di Rito Scozzese, possiamo ricondurre la Three Eyes alla stessa obbedienza, che non è quella a cui sovrintende la Loggia Unita d’Inghilterra. La UGLE lavora infatti secondo diversi rituali inglesi (Emulation, Stability, Taylor’s, West End, Logic e York), ma non secondo il rito scozzese. Per esclusione associamo la Loggia Ecclesia e la UGLE alla Loggia Internazionale White Eagle. Ammettiamo l’errore commesso ne Il Sangue degli Illuminati, dove individuavamo nell’Ecclesia la loggia di tutti i massoni curiali.]
Infine, la rivista cattolica messicana “Proceso” (n° 832 del 12 ottobre 1992), informava che la massoneria ha diviso il territorio vaticano in otto quartieri, dove sono in funzione quattro logge massoniche del rito scozzese, i cui adepti, alti funzionari del piccolo Stato, standovi in forma indipendente non si conoscerebbero fra loro [immagino fra adepti di logge diverse], neanche battendo i tre colpi col polpastrello del pollice. [A queste si aggiunge l’Ecclesia che, come detto sopra, non è di rito scozzese.] Esse all’occorrenza prendono contatti con altre logge massoniche delle singole nazioni; anzi, là dove la Chiesa opera in clandestinità a causa del Corano, le rivelazioni con la Chiesa locale passano segretamente attraverso tale rete settaria, che così rende un servigio religioso in favore dei loro fratelli di stanza in Vaticano.
Le nazioni del blocco islamico, benché mantengano relazioni diplomatiche con la Sede Apostolica, in forza del Corano s’ostinano a vietare qualsiasi forma di culto cattolico e di proselitismo. I rispettivi governi designano come ambasciatori presso il Vaticano per l’appunto quei fratelli massoni tra i più zelanti e attivi, ai quali danno istruzioni sul differente modo di procedere con gli odiati ecclesiastici tutti d’un pezzo, e con quegli altri invece benevoli verso la massoneria, dei quali molti riescono a giungere ad avere le leve del potere in Vaticano. In combutta con questi, si cerca oggi di “pilotare” Giovanni Paolo II, vecchio e malato, il quale cammina a fatica (solleva i piedi solo di pochi centimetri da terra) e a causa del morbo soffre di frequenti amnesie.
[1] Istituto per le Opere di Religione, fondato nella Città del Vaticano da Pio XII il 27 giugno 1942.
[2] “L’Espresso”, 12 dicembre 1987.
Quanto mai ipocrita (p. 231)
Un prelato di Curia riferì quanto segue a un giovane sacerdote angustiato dalle segnalazioni dei media del Paese dove operava, che tra varie corruttele annotavano l’appartenenza di certi cardinali alla massoneria: «[…] Paolo VI si avvide della presenza massonica in Vaticano e lo disse al mondo: la chiamò fumo di satana. Egli sapeva che attraverso la fessura massonica quel fumo era penetrato e annebbiava il tempio del Signore». [Il dialogo si pone tra il 1995 e il 1998]

Scontro al vertice (Stefania & Diego Marin, Il Sangue degli Illuminati, Macro 2021, p.27)
Gioele Magaldi spiega la scoperta degli elenchi della P2 e l’espulsione di Gelli dai salotti del potere in termini di una lotta intestina tra due logge internazionali (Ur-Logge), precisamente la Three Eyes e la White Eagle. Il 17 marzo 1981 i confratelli della White Eagle rendono pubblici alcuni nomi e documenti della P2 determinandone l’uscita dai giochi. La Three Eyes risponde con l’attentato a Ronald Reagan (protetto della White Eagle) a Washington il 30 marzo. Infine, il 13 maggio la White Eagle organizza l’attentato a Giovanni Paolo II in piazza San Pietro per mano del terrorista turco Mehmet Alì Agca, contattato dalla Ur-loggia Joseph de Maistre attraverso il KGB. Papa Wojtyla è infatti amico e alleato di Zbigniew Brzezinski, membro fondatore sia della Commissione Trilaterale (creazione della “Three Eyes”) che della stessa “Three Eyes”.
Nel luglio dello stesso anno viene firmato un armistizio, lo United Freemasons for Globalization, in base al quale: si inaugura la pax massonica; si sciolgono i gruppi terroristici italiani; si delinea un progetto di “globalizzazione politica-economica [e] creazione di un Nuovo ordine mondiale caratterizzato da una libera economia di mercato a tutte le latitudini”. Quest’ultimo comprendeva una serie di sottopunti: sostegno al fratello Deng Xiaoping (Three Eyes) e alla sua politica di apertura della Cina al libero mercato; destrutturazione e liquidazione dell’URSS e del Patto di Varsavia grazie all’ascesa del fratello Michail Gorbacev (Golden Eurasia) e alla rottamazione dei vecchi titani del Pcus come il segretario generale Leonid Breznev (Joseph de Maistre) e i suoi più stretti seguaci e successori; accelerazione del processo di integrazione economica e politica dell’Europa secondo lo schema immaginato dai fratelli Richard Coudenhove-Kalergi (fondatore della Pan-Europa) e Jean Monnet (ex Thomas Paine, poi approdato alla Edmund Burke, alla Pan-Europa e alla Compass Star-Rose/Rosa-Stella Ventorum); riunificazione tedesca; riconferma della sorella Margaret Thatcher (Edmund Burke) e sabotaggio del Labour Party nel Regno Unito; ascesa del fratello Jacques Delors (Montesquieu e Ioannes) alla presidenza della Commissione europea; fine dell’operazione Condor in America Latina e ritorno dell’Argentina alla democrazia con la presidenza del fratello Raùl Ricardo Alfonsin (Simon Bolivar); smantellamento progressivo dell’apartheid in Sudafrica e scarcerazione del fratello Nelson Mandela (Arjuna-Phoenix).
Tra i personaggi coinvolti nelle trattative per l’armistizio troviamo gli italiani Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi. Proprio nel 1981, nelle vesti rispettivamente di ministro del Tesoro e governatore di Bankitalia, i due firmarono un accordo kamikaze che rese la banca indipendente dal ministero del Tesoro, sicché la stessa non sarebbe stata più obbligata ad acquistare i titoli di stato e qualora si fosse rifiutata (come accade oggi, con la BCE al posto di Bankitalia) la spesa pubblica sarebbe dovuta finanziarsi aumentando la tassazione.[1]
Breve postilla sul legame tra Wojtyla e Brzezinski. Secondo gli autori di Wojtyla Segreto, «uno dei capitoli più misteriosi della vita di Woityla è l’asse segreto che lo legò a Brzezinski, uno degli uomini polacchi più influenti al mondo, consigliere per la Sicurezza nazionale della presidenza Carter, ancora oggi (oltre che professore di politica estera americana alla School of Advanced International Studies della John Hopkins University di Washington) ascoltatissimo uomo di Stato, al punto che si ritiene che Barack Obama, suo allievo alla Columbia University, sia una sua creatura. Oltre che di “Three Eyes” e TC, Brzezinski è anche membro fondatore di “Lux ad Orientem”, loggia internazionale basata alla Columbia University. Quando Giovanni Paolo I muore, Brzezinski e l’entourage presidenziale mobilitano subito la conferenza episcopale americana e i cardinali statunitensi a favore di una candidatura di Woityla. L’elezione di Woityla fu un successo incredibile per Brzezinski, che poté far decollare la sua strategia della religione per distruggere il blocco sovietico. Ora c’era la carta vincente: un papa polacco, suo amico personale»[2].
[1] Informazioni da Gioele Magaldi, Massoni S.R.Ill., La Scoperta delle Ur-Lodges, Chiarelettere 2014.
[2] Giacomo Galeazzi, Ferruccio Pinotti, Wojtyla Segreto, La prima controinchiesta su Giovanni Paolo II, Chiarelettere, 2011.
I club (pp. 240-241)
Nel caso che qualche ecclesiastico volesse far carriera con l’appoggio della massoneria, i responsabili tanto per iniziare lo mettono in prova, impegnandolo a tenere dotte conferenze ai distinti soci nei club dei Lions e dei Rotary delle città distrettuali, che sono circoli culturali nei quali si prepara il semenzaio da cui scegliere gli affiliandi alle logge.
A riguardo di detti circoli, la rivista gesuitica “La Civiltà Cattolica” dimostrò senza veli di dubbio che detti circoli, essendo di derivazione massonica, mantengono stretti legami con la setta. Ci fu serrata polemica sulla veridicità o meno dell’asserzione, finché il gran maestro Giordano Gamberini, sulla rivista massonica “Hiram”[1] del 1° febbraio 1981, rivendicò ufficialmente che sia i Rotary sia i Lions derivano e confluiscono nell’organizzazione della massoneria, scrivendo: «Melvin Jones, maestro massone di Chicago [di rito inglese], fu tra i fondatori dei Lions. Ne divenne segretario generale e tesoriere fin dal 1917. Nel Lions, l’origine massonica risulta evidente anche dal primo stemma che si diede l’associazione. Pressoché identici rapporti con la massoneria aveva avuto il Rotary».
Appunto per ciò, l’anno appresso 1982 a governatore del distretto rotaryano di Sicilia-Malta per la prima volta fu un gesuita a essere insignito della prestigiosa carica, padre Federico Weber, senza che i superiori gliene facessero veto. Persino molti cardinali, lautamente compensati, incoraggiati dal fratello cardinale Baggio, ora defunto, si ritengono altamente onorati dell’invito dei dignitari rotaryani a inaugurarne le nuove sedi o l’anno sociale, dando lustro di sé con dotte conferenze e prelibati pranzi.
[Qui vediamo un’ulteriore conferma allo schema: Baggio, avversario di Montini, viene accostato ai Rotary, di ritualità inglese (WE), mentre appunto Montini aderiva al rito scozzese (TE).]
[1] Organo bimestrale del Grande Oriente d’Italia [maggiore obbedienza di rito scozzese], fondato nel 1870, Editore Erasmo.
Le cordate dei Piacentini e dei Romagnoli (pp. 113-117)
[Dal pezzo seguente si evince come la spaccatura massonica rifletta una preesistente spaccatura famigliare tra piacentini e romagnoli (o faentini), presumibilmente due rami cadetti della più antica nobiltà nera romana, corrispondente grosso modo alle gens flavia e anicia. I piacentini possono ritenersi vicini all’Opus Dei e alla Three Eyes, i romagnoli all’Ecclesia e alla White Eagle.]
Al tempo di Pio XI e Pio XII la curia romana veniva guidata da prestigiosi cardinali per nascita e formazione, rispondenti ai nomi di Pietro Fumasoni Biondi, Pietro Ciriaci, Paolo Giobbe, Luigi Traglia, Alfredo Ottaviani e altri. Dignitari romani di tutto rispetto per la fedeltà al servizio del Papa e della Chiesa e per elevatezza d’ingegno. Man mano che quel gruppo romano si assottigliava, crescevano di importanza i due clan cadetti, il piacentino e il romagnolo, che sotto Domenico Tardini, segretario di Stato, si guardavano in cagnesco e si fronteggiavano con ogni riguardo, spartendosi alternativamente i posti chiave di curia.
La cordata dei Piacentini. Prendendo a prestito l’esempio del sistema stellare, codesta famiglia ora viene paragonata all’Orsa minore nell’emisfero boreale della curia romana, ma sempre in buona efficienza visiva.
Negli anni Sessanta e Settanta l’arcidiocesi di Piacenza si onorava di avere cinque cardinali viventi, di cui un segretario di Stato, Casaroli Agostino, contornato dagli altri concardinali piacentini: Nasalli Rocca di Corneliano Mario, Oddi Silvio, Rossi Opilio e Samoré Antonio, ai quali si sono aggiunti in seguito Poggi Luigi e Tonini Ersilio. L’aspetto di alcuni di loro serve da scacciapensieri, ma senz’arrendersi tengono in alto il proprio ruolo; del resto anche i brutti diventano simpatici cardinali. Tanto amalgama in cordata costituisce da sé un condizionamento particolare in curia e nella Chiesa, ricoprendo ruoli della massima importanza, a cominciare da quello di Segretario di Stato.
Attaccati a ciascuno di questi vivono in simbiosi molti altri ecclesiastici del circondario di curia e del mondo, a supporto e a sostegno reciproco. Se no, si starebbe poco a governare al vertice. Sette cardinali quasi tutti di curia e altrettanti vescovi e prelati scelti da una sola diocesi, bisogna ammettere che come provvidenza è un po’ troppa. Gli osservatori notavano troppa placenta in giro a corte papale. Troppo vento in poppa da quella parte.
In genere la durata del vento favorevole s’aggira intorno a una ventina d’anni, prima d’aspettarsi il rimpiazzo. Sufficiente per dirigere il timone della barca di Pietro verso l’approssimarsi del successivo conclave con la segnalazione in cifra del prossimo successore sulla cattedra di Pietro.
La cordata dei Romagnoli. È, al presente vaticano, la costellazione dell’Orsa maggiore, che nell’emisfero celeste della Chiesa ha attualmente più influenza e chance per la candidatura del prossimo Papa, i cui conclavisti sono già stati puntualmente allertati.
I Romagnoli, nel cui novero si inseriscono monsignori di tutti i tagli provenienti da altre località, stavano ben piazzati con i fratelli Gaetano e Amleto Cicognani e Marcello Mimmi ai Vescovi, e di rinforzo avevano Gaspare Cantagalli (eletto prima di morire arcivescovo di Pompei e falciato da un embolo-killer), Aurelio Sabattani, Achille Silvestrini, Pio Laghi, Dino Monduzzi, Luigi Bettazzi. E i tre fratelli DE Nicolò: Piergiacomo, Mariano e Paolo, approdati a Roma da Cattolica e posti alle costole dell’amletico segretario di Stato, avidi di soldi e di carriere; tutti e tre con l’episcopato in tasca, ora detengono alti incarichi di curia. Ultimo tra cotanto senno uscito allo scoperto è l’eccellenza Claudio Celli, neanche a dirlo del medesimo clan. Quanta grazia del Signore!
Cammin facendo, la cordata romagnola si andava arricchendo di altri augusti affiliati: Renato Martino, osservatore dell’Onu; Riccardo Fontana ed Edoardo Menichelli, entrambi segretari di Silvestrini. Mario Rizzi, il cui nome si leggeva già nella lista dei prelati massoni nel 1978[1]: infido, untuoso, cobra, conciliante all’occorrenza, dai facili pettegolezzi fino alle calunni più spietate. Poi Pietro Giacomo Nonis di Vicenza, Arrigo Miglio di Iglesias, Lorenzo Chiarinelli di Aversa, Attilio Nicora di Verona, Benito Cocchi a Modena, Cesare Bonicelli a Parma, Italo Castellani a Faenza, il brisighellino Silvano Montevecchi ad Ascoli Piceno, eccetera. Tutti fatti promuovere dal capocordata Silvestrini, per fare da contrappeso alla cordata piacentina.
Gente che si dirama a raggiera e a tentacoli nei posti di prestigio, la cui ombra pesa come coltre funerea sulla Chiesa, appoggiata su di un vulcano sommerso, eruttivo a intermittenze ben precise. D’altronde è caratteristica dei poteri incontrollati, perché occulti, estendere sempre più le proprie radici fino a invadere per intero il corpo mistico della Chiesa, aggredita così da metastasi tumorali.
Da poco uno della cordata romagnola, monsignor Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, intimo di Silvestrini, è stato fatto nunzio d’Italia, il che vuol dire – lo diciamo per i non addetti – facilitargli le nomine vescovili in favore dei suoi sodali, e trombare invece quelle degli avversari.
Il cardinale Giuseppe Siri riteneva probabile, nel febbraio 1988, la manipolazione di un Papa indicato dalla setta massonica. Ma ammesso pure che ne prossimo conclave venisse eletto un Pontefice di estrazione diversa, con i posti chiave di curia occupati da siffatta cordata romagnola di tanta influenza, il nuovo Papa dovrà necessariamente fare i conti con loro e scendere a compromessi nella reggenza e nella governabilità della Chiesa.
Nel suo scritto “Servizio, non carriera” è Silvestrini stesso a confermare l’assunto: «Al seminario giuridico di Sant’Apollinare eravamo tre di Faenza: don Dino Monduzzi, Laghi ed io; tutti frequentando la facoltà “Utriusque Iuris” della Lateranense. A quattro passi dall’Apollinare, nel collegio Capranica, don Franco Gualdrini terminava gli studi di teologia presso l’Università Gregoriana. Tutti e quattro legati da un’amicizia fraterna che ha continuato a unirci nella vita. Era questa la carriera nella quale don Pio Laghi ed altri come lui ed anche io, siamo entrati». Viva la sincerità! La famiglia faentina era fin d’allora sulla cresta dell’onda, lo si apprende dalla bocca del suo stesso portavoce e capocordata, convinto o pensando di convincere d’essere la misura misurante con cui misurare uomini e cose, nel novero ecclesiastico. Una manciata di arrivisti dignitari doc di origine abbastanza controllata agli ordini del loro capostipite, bussola che orienta, bacchetta alla mano, tutti gli affiliati alla famiglia romagnola, affinché concordi e uniti restino agli ordini di ciò che accadrà tra non molto tempo, alla convocazione del prossimo conclave.
Segni dei tempi anche questi. In funzione di leader vaticano, dal bussolotto delle promozioni ecclesiastiche Silvestrini estrae candidati di suo tornaconto preconizzati alla surrettizia promozione, subintrodotta con furberia e scaltrezza alla sigla papale e, poi, mandati in libera uscita a vegetare da saprofiti sul secolare tronco della Chiesa. Tutte scelte d’interesse umano e d’ingiustificata pressione, in netto contrasto con la volontà divina. Il complesso di superiorità di detto capoclan gli rovina il rapporto di reciprocità con i colleghi cardinali; mentre il complesso d’inferiorità gli rovina il rapporto con tutti gli altri prelati di curia.
Nel dramma divino umano del Calvario d’indovina il trambusto dei soldati romani a dividersi sotto la croce i pochissimi beni del Crocifisso. A duemila anni di distanza la conta continua: «Diviserunt sibi vestimenta ecclesiae et super vestigia eius miserunt sortem», si sono divisi tra loro le vesti della Chiesa, sorteggiando a chi tocca.
Siccome i fratelli Cicognani, con Cantagalli, Silvestrini, Monduzzi, provenivano tutti da Brisighella, al sopraggiungere dell’ambizioso don Renato Bruni, ambiguo quanto malefico, i curiali satirici delle altre nidiate ironizzavano celiando: «Christus brisighellatus est», che tradotto a senso significa: avevano costretto nostro Signore a ritirare la consegna della cittadinanza onoraria di Brisighella, lui invece ci mandò suo cugino sosia, Giuda Taddeo; faceva sempre così anche quando lo volevano fare re. Ma quando si trattò di soffrire e morire permise a Giuda Iscariota di identificarlo bene con un bacio nella notte.
Quest’ultimo arrivato, Renato Bruni, servì e si servì della cordata romagnola per un ventennio, facendo il bello e cattivo tempo sul personale dell’organico e le precedenze d’ufficio, fino a sostituirsi durante l’interregno di tre cardinali, prefetti psicolabili, fragili, imbecilli di un importante dicastero di curia. Di costui tutti, in alto e in basso, erano disgustati, ma nessun magnate osava denunciarne la sconcezza. Troppo prezioso era il soggetto nel tessere l’invisibile trama della ragnatela per il clan.
L’insulto della sclerosi s’affaccia più spesso a far capolino nella pompa magna del sacro collegio cardinalizio, scegliendo quelle eminenze più adatte a far rima baciata con le rispettive demenze. Che amara delusione è per chi ha speso un’intera vita a cavalcare un ronzino che andava sciogliendosi nell’incretinimento. Addio, sogni di gloria al vento!
I congregati dei due manipoli, i Piacentini e i Romagnoli, di tanto in tanto escono all’aperto a singolar tenzone, quando c’è da spartire qualche posto di alto prestigio. A tal duello le sciabole restano tacite al muro, i foderi invece si battono in silenzio. Poi ciascuno rientra nei propri accampamenti.
[1] Riportata in un articolo dell’“Osservatore Politico” del settembre 1978, la lista consta dei nomi di 112 “massoni vaticani” tra cui Paul Casimir Marcinkus (mat. 43/649), Jean-Marie Villot (mat. 041/3) e Agostino Casaroli (mat. 41/076). Lo stesso articolo sostiene che in Vaticano si fronteggino due fazioni massoniche contrapposte: l’una moderata (appoggiata da Andreotti), denominata “Mafia di Faenza” e facente capo ad Agostino Casaroli, Achille Silvestrini e Pio Laghi; l’altra integralista, facente capo a Paul Marcinkus e monsignor Luigi Cheli, membri entrambi dell’Opus Dei.

Gli strascichi della contesa
La pace siglata nel luglio ’81 tra White Eagle e Three Eyes non si estese evidentemente ai rispettivi schieramenti interni alla Chiesa. In tutta probabilità, di questa appendice furono vittime innocenti le giovani Mirella Gregori e Manuela Orlandi, scomparse nel nulla rispettivamente il 7 maggio e il 22 giugno 1983.
Delle innumerevoli teorie sulla loro sorte, di cui nessuna provata giuridicamente, la più quotata vede il coinvolgimento delle quindicenni in supposti festini lussuriosi imbastiti nei propri alloggi dal Governatore dello Stato Vaticano e Presidente dello Ior monsignor Paul Marcinkus.
Assumendo che le ragazze per gli ipotetici festini venissero scelte da agenti di fiducia, è possibile che l’eventuale cattura di Mirella e Manuela costituisse un imbroglio ai danni del prelato. Nel contesto dello scontro massonico, l’implicazione di Marcinkus nella scomparsa delle ragazze, le cui famiglie erano notoriamente vicine a Giovanni Paolo II, poteva facilmente suscitare dissapori tra monsignore e pontefice, compromettendo l’unità della famiglia Three Eyes.
Il 5 luglio 1983 arrivò una telefonata alla sala stampa vaticana. All’altro capo, un uomo dallo spiccato accento anglosassone (battezzato dalla stampa “l’Amerikano” e il cui identikit delineato dal SISDE era compatibile con monsignor Marcinkus) affermò di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi; lo stesso chiese l’attivazione di una linea telefonica diretta con il Vaticano e sollecitò l’intervento del Papa affinché il suo attentatore, Ali Agca, venisse liberato entro il 20 luglio.
L’8 luglio, un uomo con inflessione mediorientale telefonò a una compagna di classe di Emanuela sostenendo che la ragazza era in mano loro e che avrebbe concesso venti giorni di tempo per fare lo scambio con Agca, chiedendo a sua volta una linea telefonica diretta con il cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli.
Il 17 luglio venne fatto trovare un nastro in cui si confermava la richiesta di scambio con Agca, la richiesta di una linea telefonica diretta col cardinale Casaroli, e si sentiva la voce di una ragazza che implorava aiuto, dicendo di sentirsi male. La linea fu installata il 18 luglio. Alcuni giorni più tardi, in un’altra telefonata, “l’Amerikano” chiese allo zio di Emanuela di rendere pubblico il messaggio contenuto sul nastro, e di informarsi dal cardinale Casaroli in relazione a un precedente colloquio. In totale, le telefonate dell’“Amerikano” furono 16, tutte da cabine telefoniche.
La polizia cercò di arrestare Marcinkus per interrogarlo ma Woityla non lo permise, concedendogli l’immunità diplomatica persino quando, ormai in pensione, divenne parroco di una piccola chiesa dell’Arizona. Marcinkus era intoccabile e l’inchiesta si arenò.
Nel 2013, in un’intervista alla TV turca, Agca ha sostenuto che l’attentato al Papa era stato ordito all’interno del Vaticano dal cardinal Casaroli, lo stesso uomo con cui “l’Amerikano” aveva chiesto di ottenere una linea interna riservata. Stando a un articolo di Mino Pecorelli per l’“Osservatore Politico” (settembre ’78), Casaroli sarebbe appartenuto all’Ecclesia o Mafia di Faenza. I continui riferimenti allo stesso nelle telefonate dell’“Amerikano”, uniti alla strenua difesa operata da Woityla verso Marcinkus, fanno supporre che sia stato appunto Casaroli il principale responsabile delle sparizioni.
Resta il fatto che tutti, di una squadra o dell’altra, avrebbero messo la propria rispettabilità di facciata davanti ai più elementari diritti dell’essere umano, il che sarebbe tanto più spregevole in considerazione della giovane età delle vittime.
