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Gli Archetipi

I 12 archetipi junghiani

L’Archetipo è un ente dell’inconscio collettivo. Più precisamente, è l’insieme dei modelli comportamentali relativi a una specifica condizione umana. Ogni modello si è formato nel tempo per “accumulo”, acquisendo un potere attrattivo tanto più forte quanto più il corrispondente comportamento è stato ripetuto nella storia nella stessa condizione. Il concetto si confonde e forse coincide con quello di eggregora, e nulla esclude che la sua complessità, immersa come tutto nella coscienza universale, sviluppi a sua volta una coscienza individuale. Ecco allora che la corrispondenza tra archetipi e divinità sarebbe più di un’analogia.

In termini più generali, il meccanismo di accumulo interviene nel cosiddetto “apprendimento a distanza”[1] studiato da Rupert Sheldrake (cfr. A. Sheckter, Guida al Paranormale[2]), ed è lo stesso ipotizzato da Lee Smolin per l’emersione delle leggi fisiche da successioni di eventi inizialmente casuali → tanto più si presentavano, tanto più diventavano probabili (cfr. L. Smolin, La Rivoluzione Incompiuta di Einstein[3] e D. Marin, La Nuova Fisica di Ettore Majorana). L’ipotesi di Smolin implica leggi probabilistiche (in linea all’assunto della Meccanica Quantistica), con una costante di Planck infinita all’inizio dei tempi e progressivamente calante, idealmente nulla nell’infinito futuro.

Mentre negli esseri umani il confine del singolo è ben marcato, tra gli archetipi si ravvede una certa sovrapposizione. È come se i modelli di ogni situazione dipingessero una superficie, la quale viene da noi suddivisa arbitrariamente in tessere. L’alternativa sarebbe prendere punto per punto, ma la considerazione di infiniti archetipi sarebbe ingestibile e non gioverebbe a nessuno. L’arbitrarietà fa sì che il numero di archetipi vari con la tradizione, ad esempio 22 per i tarocchi e la cabala, 24 per il seiðr (rune), 12 per l’astrologia caldaica (segni e case), decine o centinaia per gli affollatissimi pantheon delle civiltà, ecc.


L’individuo si trova spesso conteso tra due istanze: (1) il suo intento sviluppato da una logica di opportunità e dalle pressioni sociali (nous); (2) l’attrazione degli archetipi verso la strada prevista, che è il cammino funzionale alla sua crescita spirituale (dharma).

Se tali istanze sono in conflitto, interviene ananke, che è la necessità o causa errante. Nei suoi libri, Daniel Lumera introduce il concetto analogo di “Roaming Wild”, ovvero il coraggio di perdersi, abbandonando i sentieri tracciati, le etichette sociali e la routine per ritrovare la propria autenticità.[4]

L’azione di ananke è una corrente che rifiuta di svelare le sue mosse ma promette di condurre il marinaio in patria; è tanto liberatoria per l’uomo che si affida e riposa, quando impietosa per colui che sospetta e forza il timone contro di essa.

Il rifiuto di ananke determina una situazione di stasi psicologica in cui il nostro errare tra un’esperienza e l’altra è troppo incerto e parziale per produrre reale conoscenza. La nostra resistenza rende la spinta degli archetipi dolorosa e il loro messaggio diviene incomprensibile, dando addito a nevrosi e psicosi.[5] Una buona metafora è quella di un bambino sul seggiolone mentre la mamma lo prende in braccio per portarlo a letto. Più lui si afferra ai braccioli, più sentirà male al momento del distacco.

Se i pagani invocavano gli dèi/archetipi affinché la loro voce soverchiasse il nous, i cristiani invocano lo Spirito Santo, che è la capacità di abbandonarsi con fiducia all’ignoto; così per essi il nous cessa di udirsi. È come avere due radio che inizialmente si disturbano a pari volume. I pagani alzavano il volume di quella “buona”, mentre i cristiani spengono quella “cattiva”.


Per estensione, il termine archetipo denota anche quelle figure o situazioni che rendono l’individuo consapevole dell’attrazione esercitata da un modello archetipico. In psicologia analitica hanno ad esempio un ruolo rilevante anima e di spirito. La prima si manifesta attraverso sbalzi d’umore, ipersensibilità, sentimentalismo, irritabilità irrazionale o velleità artistiche il cui fine è sottrarre l’individuo a una vita che non gli appartiene. Lo spirito si presenta invece nei sogni come un anziano autorevole, un maestro, un sacerdote, uno stregone, una guida spirituale o un eremita. Oppure è un elemento naturale o un animale parlante, pregno di saggezza e votato al risveglio del suo ospite.

Una forma di spirito è il già citato Spirito Santo della tradizione cristiana; esso agisce infatti come un modello che informa, una lente o chiave interpretativa che riconosce una finalità nel dolore, che è l’approdo a una vita dotata di significato. Sfuggendo al dizionario cristiano, esso illumina il rientro nel dharma.

In altre parole, il ruolo dello Spirito Santo è dare coscienza che pure la nota stonata è stata prevista dall’inizio quale passaggio obbligatorio per affinare la tecnica e produrre i suoni più incisivi. Esso funge da mediatore tra nous e ananke, rendendoli uno nel dharma. Lo Spirito Santo svuota la mente e la rende ricettiva all’intuizione. Riconoscere il dolore avvia il processo di guarigione, che si completa ritornando nel dharma. E poiché ogni cosa si accompagna al proprio opposto, la faccia oscura dello Spirito Santo (Diavolo[6]) è ciò che disconosce il dolore e rifiuta d’integrarlo, protraendone la durata e ostacolandone la sopportazione. È ciò che estende il controllo oltre l’opportuno, ponendo la mente in allerta e alimentando ansia e paranoia. Solo per questo potremmo appellare la società moderna “diabolica”. Per i Greci lo stesso archetipo/dio era Atena, per i Romani Minerva. Come usuale tra i pagani, non vi era nulla di blasfemo nel riconoscere allo stesso dio azioni opposte.[7]

La vita in effetti avrebbe la possibilità di svilupparsi senza sfuggire al dharma. Permanendo nel panico (precarietà, incertezza), facendosi ricettiva (in uno stato di accettazione e fiducia), la ninfa (immaginazione) diviene strumento. La ninfa Siringa, ad esempio, diviene una canna da cui Pan ricava uno zufolo. Tramite l’immaginazione, la libido (spinta o impulso naturale) scopre una modalità sana di esprimersi. Lo stupro (in prima istanza metaforico) è stato evitato. Esso si compie invece quando la ninfa (immaginazione) viene limitata, cioè costretta in uno spazio angusto, tramite l’attribuzione di significati arbitrari, ovvero impostando una paranoia. Un’immaginazione stuprata (soppressa o negata) è come un argine abbattuto. Così la libido fluisce in disordine all’interno o all’esterno del soggetto paranoide, comunque infliggendo sofferenza.[8]

Una paranoia oggi diffusa consiste nel credere che tutti gli eventi siano controllabili a patto di superare un certo livello di attenzione (ignoto e perciò inverificabile). Rifuggendo il panico, essa realizza in primis l’atteggiamento che rende possibile lo stupro; quindi lo compie. Pur foriera di gran parte delle nevrosi e psicosi moderne, l’ipotesi sopravvive in quanto non falsificabile: ogni fallimento può essere infatti ricondotto a un’attenzione sotto l’asticella.


Poiché l’inconscio collettivo appartiene a tutti, non possiamo escludere l’eventualità che un individuo invii un segnale a un determinato archetipo affinché disturbi il segnale da questo a una seconda persona. Se questo fosse il caso, un osservatore cristiano intenderebbe l’invio del primo segnale come il lancio di un maleficio, associando il disturbo alla conseguente vessazione diabolica.

Molti dei sintomi che la religione ascrive alla vessazione diabolica sono tuttavia riconducibili all’ombra, la cui consistenza è tanto maggiore quanto più la spontaneità dell’individuo viene interrotta dalle prescrizioni sociali o famigliari. L’ombra è l’archetipo che raccoglie gli aspetti del nostro sé (carattere, desideri, paure) che l’io cosciente non è pronto ad accettare. È il “sottoinsieme” di Pan che ne racchiude gli aspetti inconsci.

Tali aspetti possono essere proiettati, ovvero individuati in altre persone che nell’esibirli ci appaiono irritanti, o possono addirittura condizionare gli eventi esterni affinché siamo costretti a guardarci dentro e vederli nella loro posizione originale. Se tali eventi costituiscono una serie di sfortune che sfida il calcolo della probabilità, un osservatore cristiano li reputerà frutto di vessazione.

Mancando il maleficio, l’esorcista ne individuerà la causa nei peccati del sofferente, suggerendo comportamenti coercitivi che intaccheranno ancor più la spontaneità del soggetto, peggiorando la sua condizione.


Così la vedo io, che ovviamente posso sbagliare.


[1] Più individui acquisiscono una determinata capacità, più il “campo morfico” associato a quel comportamento si rafforza. Di conseguenza, diventerà progressivamente più facile e più veloce per altri membri della stessa specie apprendere la stessa abilità in futuro, anche se si trovano dall’altra parte del pianeta e non hanno alcun contatto fisico o visivo con chi ha appreso l’azione originaria.
[2] Artiom Sheckter (a cura di), Guida al Paranormale, Odoya 2024, p. 396-401.
[3] Lee Smolin, La Rivoluzione Incompiuta di Einstein: La Ricerca di Ciò che C’È al di Là dei Quanti, Einaudi (Saggi) 2022, pp. 204-207.
[4] Daniel Lumera, Scegli la Tua Vita – Vocazione, Significato, Talento: Come Trovarli Dentro di Sé, Solferino 2025, pp. 13-57.
[5] Pare una sorta di Effetto Doppler: se mi muovo lungo il dharma, il segnale degli archetipi è intelleggibile; se mi allontano dal dharma, il segnale diventa confuso, come se cambiasse frequenza.
[6] L’accezione qui è quella cristiana, diversa da quella junghiana del diavolo inteso come ombra.
[7] Cfr. James Hillman, La Vana Fuga dagli Dei, Adelphi 2024. J.R.R. Tolkien espresse la stessa idea della nota stonata ma prevista – pur venendo da un atto di ribellione – nel capitolo 1 “Ainulindalë” de Il Silmarillion, Bompiani 2022.
[8] Cfr. James Hillman, Saggio su Pan, Adelphi 2024


L’Interiorità nella Psicologia Analitica


L'Interiorità in Psicologia Analitica


La figura schematizza le componenti della psiche secondo la psicologia analitica. I nomi adottati per gli archetipi sono mutuati dai romanzi arturiani, così come illustrati ne La Psicologia del Graal di Emma Jung e Marie-Louise von Franz.

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Perché si afferma (sbagliando) che l’universo è toroidale

Modello di Universo Toroidale

Le attuali osservazioni sull’estensione delle fluttuazioni del CMB, la distanza tra le galassie e il rapporto tra distanza e velocità di espansione ci danno conferma che (entro l’errore strumentale) il nostro universo segue la geometria euclidea: per ogni retta, se prendiamo un punto esterno, esiste una sola retta parallela alla retta data.

Questo vuol dire che l’universo è “piatto”, nel senso che se fosse 2D si potrebbe costruire a partire da un foglio. Ecco allora che per farlo senza bordi dobbiamo prima arrotolare il foglio e ottenere un cilindro; quindi pieghiamo l’asse del cilindro fino a chiuderlo a ciambella, ottenendo il cosiddetto “toro”. Nelle tre dimensioni esiste una struttura equivalente, senza bordi ma con libertà di movimento appunto tridimensionale. Cionondimeno, una forma toroidale comprometterebbe l’isotropia dell’universo, che invece viene osservata.

La risposta è nell’INFLAZIONE. Pare infatti che nella primissima fase dopo il Big Bang l’universo si sia espanso secondo legge esponenziale, allontanando certe galassie molto più velocemente della luce. L’universo osservabile (90 miliardi di anni luce da parte a parte), essendo per definizione la parte raggiunta (finora) dalla luce, deve perciò considerarsi una piccolissima parte del tutto.

Questa fase è la sola ipotesi che spiega l’isotropia osservata oggi, e il suo svolgimento fu (probabilmente) il risultato della repulsione indotta dall’energia di punto zero (l’energia del vuoto), dominante allora sulle altre forme (materia e radiazione).

Se così stanno le cose, l’universo potrebbe avere qualunque forma, ma essendo la parte visibile una piccolissima “toppa”, essa apparirebbe comunque piatta (euclidea). Qualunque forma liscia può infatti approssimarsi localmente con un piano. Potremmo dire ad esempio che il Molise è piatto, in quanto “toppa” minuscola sul globo terrestre. Posta per vera l’inflazione, il rapporto di scala tra la toppa e il raggio dell’universo sarebbe tale che nessun strumento a nostra disposizione ne rivelerebbe la minuscola curvatura locale. Sarebbe come usare il metro da sarto per dimostrare la curvatura del Molise.

È solo la richiesta di isotropia, infine, a dirci che l’universo è probabilmente una sfera 3D. In qualunque direzione ci muoviamo, torniamo al punto di partenza. Questo accade anche nel toro. Nel toro tuttavia il nostro viaggio avrebbe lunghezza diversa a seconda della direzione presa; nella sfera invece avrebbe sempre la stessa lunghezza.

Una forma sferica, dominata come oggi dalla materia, costringerebbe l’espansione dell’universo a rallentare fino a fermarsi e invertirsi, condannandolo al Big Crunch. Tuttavia, l’enormità del suo raggio posticipa l’arresto a tal punto che ci sarà prima il totale assorbimento della materia nei buchi neri e la conversione della stessa in radiazione, emessa dagli orizzonti per Effetto Hawking. Sempre prima dell’arresto, i buchi neri saranno del tutto evaporati, e ci sarà solo radiazione.

Poiché la scala dell’universo è indissolubilmente legata alla massa delle particelle, quando le sole particelle rimaste sono a massa nulla (radiazione), la scala scompare. Per ragioni probabilistiche, al primo impatto tra radiazioni che generi una particella massiva, la nuova scala emergente è minuscola. Il ragionamento è più o meno questo: se due radiazioni si sono scontrare, allora lo spazio deve essere stretto. Con una scala minuscola, la densità dell’energia di punto zero torna ad essere enorme, e si ha di nuovo inflazione. Detto altrimenti: l’universo si espande finché non scompare la materia; a quel punto si “dimentica” quanto è grande ed è come se un nuovo sarto con un metro “truccato” affermasse che quell’enormità è una briciola, bastando la sua affermazione a determinare la realtà.

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Spirito Santo, Male ed Eggregore

Spirito Santo, Male ed Eggregore

Ho parlato altrove dell’analogia tra il male e la sintropia (la differenziazione). In fisica, si suppone che ogni processo muova dalla sintropia all’entropia (omogeneizzazione), quale accade ad esempio per un oggetto complesso dalle molte parti con funzioni specifiche, che esposto alle intemperie diviene sabbia indifferenziata. La differenziazione è necessaria al manifestarsi delle forze. È infatti ovvio che se la materia fosse distribuita omogeneamente dal principio, ogni sua parte sarebbe attratta o respinta con la stessa intensità da tutte le direzioni, cosicché rimarrebbe ferma e l’esistenza di qualunque forza resterebbe indimostrabile in quanto priva di effetti. Similmente, serve squilibrio e ingiustizia affinché l’amore si manifesti quale forza che tende a produrre equilibrio e giustizia.

All’inizio dei tempi suonò una nota stonata che nondimeno assumeva un tono sovrapponendo le sue molteplici espressioni rilevate in tempi diversi, come in un’anti-trasformata di Fourier, in cui funzioni apparentemente casuali si sommano in un’armonica perfetta. Una magnifica rappresentazione di quest’idea è la “musica degli Ainur” descritta da J.R.R. Tolkien all’inizio del Silmarillion. L’agente di questa anti-trasformata, che guida il ritorno all’armonia, quindi all’amore e all’equilibrio, è quello che i Cristiani chiamano “Spirito Santo”, “Verbo” o talvolta “Cristo”, benché più propriamente il “Cristo” sia l’unto, ovvero colui che ha appreso l’utilizzo dello Spirito Santo.

Il Male e lo Spirito Santo non sono perciò degli “spiriti” intesi come entità coscienti prive di corpo materiale, ma due tendenze ugualmente presenti nell’universo, a cui gli spiriti veri e propri e meno spesso gli esseri umani possono attingere. Si diviene canali dello Spirito Santo a patto di avere fede (riconoscere l’esistenza di significati e ordini superiori), e con essa spontaneità e non-attaccamento. Non si può ottenere alcun miracolo se non si accetta il cambiamento o peggio se lo si crede impossibile. Quanto al non-attaccamento, esso non implica il rifiuto a priori delle cose materiali o delle occasioni di divertimento, ma impone di accoglierle con la consapevolezza che le prime deperiranno e le seconde avranno termine. Un tale atteggiamento tiene l’attenzione al presente e permette il pieno godimento di ogni esperienza, avvilito all’opposto dalle preoccupazioni volte al futuro.

Gesù di Nazareth fu capace di canalizzare lo Spirito Santo e insegnò ad altri come fare, salvo che questa conoscenza venne man mano corrotta e dimenticata, tanto che oggi ben pochi esponenti della Chiesa ne sono portatori. Può comunque darsi che altri personaggi prima o dopo di lui fossero riusciti nella stessa impresa.

Certamente, invocare Gesù Cristo ha degli effetti benefici, tanto maggiori quanto maggiore è il coinvolgimento emotivo del credente, ma potrebbe compararsi all’aiuto di altre eggregore cristiane e pagane. Si consideri tuttavia che ogni eggregora possiede un “nucleo”, una sorta di “anello” a cui si aggrappano le singole forme-pensiero, espressione di quegli stati emozionali sperimentati dal singolo e caratterizzati da particolare intensità e coerenza (nel tempo e tra di loro). Il nucleo è probabilmente uno spirito, e nulla impedisce che l’eggregora cristiana abbia al proprio centro lo spirito di Gesù, e che Egli ancora funga da canale per lo Spirito Santo. In tal caso, la sua forza supererebbe quelle eggregore il cui nucleo non possieda tale carisma. Ma non è detto che sia Lui il centro dell’eggregora che risponde al Suo nome. Preso per buono il ragionamento, pur mancante di prove, sarebbe più l’imitazione di Gesù a produrre effetti tangibili, che non la sua invocazione. L’invocazione potrebbe però aiutare, chiedendo la forza interiore per imitare Gesù, maturando in fede, spontaneità e non-attaccamento. Se penso a qualcuno che ce l’ha fatta, mi viene in mente Francesco d’Assisi, sebbene la mentalità del tempo costringesse a intendere il non-attaccamento come astinenza e privazione totale.

Cresciuto come ebreo praticante, è ragionevole che Gesù non incoraggiasse l’adorazione di divinità pagane, ragion per cui la Chiesa aborre l’invocazione di eggregore che non siano quelle cristiane, e si avvede inoltre dal definire quest’ultime “eggregore”. Essa ne rifiuta anzi il concetto e confida che a soddisfare le preghiere sia la stessa persona che camminava in Palestina duemila anni fa (o i suoi legati, quali la Vergine Maria e i Santi). Il che può essere, come no.

Quanto alle azioni degli apostoli contro quei maghi che si volgevano ad altre divinità, esse dipendono in parte dall’influenza ebraica e in parte (forse maggiore) dal loro agire per lucro personale o dei rispettivi padroni. Delle due, solo la seconda ha validità assoluta, dacché – mi pare – nulla impedisce di rivolgersi allo stesso tempo a figure cristiane e pagane restando comunque nel giusto. La discriminante è agire secondo etica, per il bene comune.

In definitiva, lo Spirito Santo è probabilmente lo strumento più potente, ma non è facile accedervi. Nel frattempo, per le nostre richieste legittime, compreso – se vogliamo – un aiuto a canalizzare lo Spirito Santo, può andar bene l’invocazione di un’eggregora, che sia cristiana o meno.

Preciso che si tratta di un pensiero personale, frutto d’interpretazione di esperienze dirette e indirette, senza pretese di verità. Io stesso potrei dispormi a cambiarlo alla luce di nuove acquisizioni.

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Cos’è il Male?

L’idea che il male sia l’assenza del bene o addirittura il suo contrario è priva di senso. Il male è piuttosto la premessa del bene, ovvero la condizione necessaria al suo manifestarsi. Il male è il disequilibrio, laddove il bene è l’agente che muove verso l’equilibrio. Se non ci fosse disequilibrio (necessità, sofferenza), l’amore non avrebbe alcun modo di manifestarsi. L’analogia fisica è con la forza e la sintropia (l’entropia inversa, la differenziazione). Se l’universo fosse perfettamente omogeneo, nessuna forza potrebbe mai manifestarsi. Ammettendone un’esistenza latente, qualsiasi oggetto sarebbe parimenti attratto o respinto da ogni verso e dal suo opposto, negando perciò ogni movimento. Nulla mai cambierebbe. Lo stesso concetto di tempo verrebbe meno. Affinché una forza si manifesti, la sintropia deve essere lontana dal suo valore minimo (ovvero l’entropia deve essere lontana dal suo valore massimo). Sarà l’azione delle forze ad abbassare la sintropia (ovvero ad alzare l’entropia), tendendo verso l’omogeneità e l’equilibrio. Quindi bene come forza e male come sintropia.

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La “Spina Elettrica” del Beato Bartolomeo da Breganze

Con S. si discorreva al telefono relativamente ai rapporti intercorsi tra Rolando Pelizza e i Cavalieri Mariani o Methernithi (sovrapposti o coincidenti con l’Ordine di Nuova Aragona). Fondati nel 1233 dal Beato Bartolomeo da Breganze, dal 1960 hanno il proprio centro operativo a Linden, nel cantone di Berna. Responsabile della “migrazione” in Svizzera, il leader Paul Baumann sosteneva di possedere un apparecchio pressoché identico al Rematon di Pelizza-Majorana. Segue l’email inviata da me a S. qualche minuto più tardi in ragione di un’insolita coincidenza.

{START} Prima che chiamassi, avevo giusto iniziato una sezione dalla Storia della Magia di E. Lévi intitolata “Il Rabbino Jéchiel”. Capirai la mia sorpresa quando abbiano chiuso la telefonata e ho proseguito. Riporto testualmente:

«Sotto il regno di San Luigi visse il famoso rabbino Jéchiel, grande cabalista e fisico di notevole valore.»

Qui mi fermo un attimo. Jéchiel è Yechiel ben Joseph di Parigi (m. 1268 ca.), noto anche come Jehiel di Parigi, Sire Vives o Vivus Meldensis. Il suo discepolo più famoso fu Meir di Rothenburg. In quegli anni (cfr. Appunti di Storia Proibita) «la Pietra del Destino arrivò a Guadalajara, Spagna, nelle mani del rabbino esperto di cabala Mosè del Leon da Valladolid (1250-1305). A causa delle persecuzioni contro gli ebrei, Mosè e alcuni amici fidati si nascosero nel castello del signore di Rothenburg, ospiti di sua moglie.» Jéchiel era tra questi “amici”?

«Tutto quanto si è raccontato a proposito della sua [di Jéchiel] lampada e del suo chiodo [spina?] magico dimostra come egli avesse scoperto l’elettricità, o per lo meno ne conoscesse le funzioni fondamentali. Infatti questa conoscenza, antica quanto la magia, veniva trasmessa come una delle chiavi dell’alta iniziazione.

«Quando veniva buio, nella casa di Jéchiel appariva una stella luminosa, la cui luce era così viva che non si poteva fissarla senza rimanere abbagliati. Essa proiettava intorno a sé raggi dalle sfumature dell’arcobaleno e non si affievoliva, né si spegneva mai. Era a tutti noto, inoltre, che essa non fosse alimentata né con olio, né con alcuna sostanza combustibile allora conosciuta.

«Quando un importuno o un curioso malintenzionato cercava di introdursi nella casa di Jéchiel e insisteva a battere il batacchio della porta, il rabbino picchiava un chiodo che era infisso nel suo studio. Una scintilla bluastra appariva allora contemporaneamente nella capocchia del chiodo e nel batacchio della porta. E il malcapitato riceveva una scossa tale da farlo gridare e da dargli l’impressione che la terra si aprisse sotto i suoi piedi.

«Un giorno, una folla ostile si accalcò davanti alla porta con mormorii e minacce. Tutti si tenevano per un braccio per resistere all’emozione e al presunto terremoto. Il più audace scosse il batacchio della porta con ira. Jéchiel toccò il chiodo. Immediatamente gli assalitori si rovesciarono gli uni sugli altri e fuggirono gridando, come se avessero preso fuoco. Erano sicuri di aver sentito la terra aprirsi e inghiottirli fino alle ginocchia e non sapevano come avessero potuto uscirne. Ma per nulla al mondo sarebbero tornati a picchiare alla porta dello stregone.
Jéchiel conquistò così col terrore la sua tranquillità.

«San Luigi, che era allo stesso tempo un grande cattolico e un grande re, volle conoscere Jéchiel; lo fece venire a corte, ebbe parecchi colloqui con lui, restò pienamente soddisfatto delle sue spiegazioni, lo protesse contro i nemici e non cessò, finché visse, di testimoniargli stima e di fargli del bene.»

[Eliphas Lévi, Storie di Magia e di Stregoneria (passi scelti da l’Historie de la Magie – 1860), Messaggerie Pontremolesi 1989]

Nel 1259, Bartolomeo da Breganze fu inviato in missione diplomatica alla corte di Enrico III d’Inghilterra e, al ritorno, si fermò a Parigi, dove Luigi IX gli donò una teca d’oro, contenente una croce fatta del legno della “Vera Croce” e una delle spine della corona di spine. Il reliquiario della “Sacra Spina” fu conservato sul fondo della nicchia della Cappella Valmarana della Chiesa di Santa Corona, a Vicenza, dal 1520 al 1850.

Mi pongo una serie di domande: 1. Jéchiel apparteneva a quel gruppo di Tolosa che anticipò Cavalieri Mariani e Metherniti? 2. La “spina” di Bartolomeo era il “chiodo” di Jéchiel? 3. Esiste un legame con la Pietra del Destino, talvolta identificata col Graal e dotata evidentemente di proprietà “tecnologiche”? 4. Dove finì la “Sacra Spina” dopo il 1850? 5. Trattandosi di una proprietà vaticana, potrebbe aver raggiunto Padre Ernetti? 6. Per quale ragione la Chiesa di Santa Corona, costruita a posta per conservare la “spina”, fu completata nel 1270 ma consacrata solo nel 1504? {STOP}

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I Costruttori delle Larse Megalitiche

Mura Pelasgiche

(guarda il video-racconto)

Chi ha costruito le innumerevoli larse megalitiche che tappezzano l’Italia centro-meridionale, con particolare concentrazione in Ciociaria? Ricordiamo le maggiori ad Alatri, Ferentino, Arpino, Atina, Anagni, Orbetello, Segni, Norma, San Felice Circeo, Alba Fucens…

Con le pubblicazioni Shardana e L’Età dell’Egitto Universale ero convinto di averne ricondotto la costruzione ai Sabini, giunti in Italia dopo la sconfitta nella battaglia di Megiddo (1470 a.C.). Come le altre tribù hyksos, i Sabini avevano subìto l’espulsione dall’Egitto nel 1550 a.C., fuggendo fino a Sarohana, in Palestina, e poi di nuovo nella Piana di Esdraelon, incalzati dal faraone Thutmose I. Sconfitti ancora, come già detto, a Megiddo – nel 1470 a.C. da Thutmose III – ogni tribù scelse la propria destinazione sulle coste mediterranee. Guidati da Salim Sabaot – che diede loro il nome –, i Sabini approdarono nell’Italia Centrale.

Intanto però il mondo baltico si apprestava a interferire col Mediterraneo. Nel 2193 a.C., gli Atlanti insediati nello Jutland, in Pomerania e nelle isole artiche furono sconfitti dagli Elleni. La caduta del meteorite di Saaremaa rallentò però le operazioni di conquista. Pressocché nello stesso momento, due flussi di Atlanti abbandonarono la propria terra natia, uno condotto da Dardano nella Finlandia Meridionale – allora chiamata “Asia” –, l’altro guidato da Enotrio nell’Italia Meridionale (Campania e Calabria). Quattro generazioni più tardi (intorno al 2070 a.C.) un terzo gruppo, che nel frattempo aveva atteso a Sjælland (l’allora Peloponneso), migrò nei Balcani, in Tessaglia, al seguito di Gelanore.

Dopo sei generazioni (intorno al 1890 a.C.) gli Atlanti di Tessaglia dovettero nuovamente spostarsi, incalzati dai locali. Parte di essi raggiunse Cresta e inaugurò la Civiltà Minoica; i rimanenti, guidati da Nana, attraccarono alla foce del Po, dove fondarono Spina. Da qui discesero nel Lazio, dove risiedettero stabilmente fino al 1250 a.C. L’ascesa degli Etruschi costrinse infine gli Atlanti a un viaggio di ritorno verso la Grecia, guidati stavolta da Maleo. Molti si stabilirono ad Atene, dove edificarono il muro di cinta intorno all’acropoli. Nel frattempo, in Grecia erano arrivati gli Elleni, migrati a sud per il repentino abbassamento delle temperature registrato nel 2000 a.C. (fine dell’Optimum Climatico). Invidiosi dell’abilità dei forestieri, inferociti per un torto subìto o memori della guerra baltica, gli Elleni massacrarono gli Atlanti. In seguito alla batosta, i sopravvissuti raggiunsero Larissa, Place e Scillace nell’Ellesponto, le isole di Samotracia, Imbro e Lemno nell’Egeo orientale, e la striscia di Gaza, mescolandosi qui ai Filistei. Essendo i Filistei una tribù hyksos, la fusione con gli Atlanti ha contribuito a confondere gli storici, che ne hanno fatto talvolta un “Popolo del Mare”.

Nel frattempo (alla fine del XIV secolo a.C.) i Siculi, insediati nel Lazio, furono sconfitti da una coalizione di Sabini e Atlanti, che li costrinse a fuggire a sud. (A fianco di Sabini e Atlanti c’erano gruppi di Aborigeni o Euganei venuti da Albalonga, sull’odierna isola di Öland.) Proprio i Siculi invasero le terre degli Enotri, ponendo fine alla loro cultura. Gli aggressori Siculi e i sopravvissuti Enotri costituirono nuove civiltà: gli Opici in Campania e gli Ausoni in Calabria. Altri Siculi raggiunsero la Trinacria e le diedero il proprio nome.

Considerato che gli Atlanti venivano detti “Pelasgi”, non può essere un caso che lo stile costruttivo delle larse fosse ancora registrato dai romani come “pelasgico”, mentre le mura dell’acropoli di Atene portano ancora oggi il nome di “mura pelasgiche”. Come gli Elleni in Grecia integrarono gli Achei (altra tribù hyksos), così gli Atlanti in Italia avrebbero potuto integrare i Sabini. Forse le due stirpi divennero una cosa sola, e così le larse sabine sarebbero un prodotto del loro comune ingegno.


Progetto “Saturnia Tellus” (in cerca di finanziatori)


Descrizione
Allegato B


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Via Col Vento In Vaticano

Via Col Vento in Vaticano n1

Lo Scontro Massonico in Vaticano, Anni ’50-‘80

Dalla fine della 2a Guerra Mondiale al luglio 1981 (mese del cosiddetto “armistizio”), il mondo massonico è stato diviso in due grandi blocchi in feroce conflitto tra loro, guidati rispettivamente dalle logge internazionali White Eagle [WE] e Three Eyes [TE].

Via Col Vento n2

Estratti (salvo diversa indicazione) da I Millenari, Via Col Vento In Vaticano, Kaos 1999:

“Nessuno saprà dell’accaduto” (pp. 168-173)

Tre prelati di curia si alternavano periodicamente a scambiarsi l’invito a colazione. Il prelato più anziano dopo pranzo amava per relax passeggiare in zone periferiche di Roma con gli altri due. Si sa: se tra due si confida, in tre si commenta. Verso i primi degli anni Settanta, un giorno, finito il pasto, l’anziano monsignore indicò anche la meta: verso Santa Maria Galeria con un torrido caldo pomeridiano che egli gradiva. Su e giù per la strada allora polverosa per oltre un’ora a smaltire l’ottimo pranzo degustato, lontani da sguardi e orecchi indiscreti.

L’anziano prelato era della segreteria di Stato, dove copriva un posto di riguardo; era un archivio ambulante, intelligente e vivace, felice e faceto nel conversare. Sempre geniale, aveva pronta la battuta, una parola lepida, un motto arguto e scultoreo, una facezia per sollevare lo spirito, una frase azzeccata, un epiteto mordace; cose che ne rivelavano l’acume e il genio. Riusciva a seguire il nesso del suo dire ricco di trapassi sillogici come una musica d’intelligenza pura, sottile nel cogliere sempre il punto focale del discorso.

Si parlava di coloro che conoscendo molto bene virtù e debolezze di Paolo VI [Giovanni Battista Montini] riuscivano a ricattarlo a volte con lo spauracchio di chissà quali rivelazioni e scandali sui mass media. Il buon vino sorseggiato aveva reso il cuor del navigato prelato leggero e allegro, come quello di Assuero.[1] S’arresta tra i due, sorride maliziosamente coi perfetti denti affilati a melograno, la sua mole coperta di un completo di sottana pieghettata che lasciava supporre l’ampiezza del di sotto, porta il dito sulle labbra e si fa promettere il più assoluto riserbo: «Non è una fiaba quel che sto per dirvi, è storia vera; ma non da dirla in giro! … Perché là», e indicava il muro tessellato a mosaico della radio vaticana, «la morale è solo uno dei metodi per raggiungere l’appoggio al proprio scopo, non da tutti decifrabile… Certamente voi sapete perché papa Pacelli [Pio XII] spedì il suo diretto collaboratore, monsignor Montini, da pro-segretario di Stato ad arcivescovo di Milano…». Dal volto dei due interlocutori lesse che la loro informazione appariva carente, incompleta o forse differente. Iniziò a confidarsi con tatto di maestro.

Pio XII, dopo la morte del cardinal Luigi Maglione, preferì non essere condizionato da un altro cardinale a segretario di Stato. Lasciò che monsignor Giovan Battista Montini ne facesse le veci come sostituto e più tardi pro-segretario di Stato. Tuttavia il Papa, da profondo conoscitore dell’infido ambiente curiale, s’era scelto un agente segreto, laico, capace di fornirgli informazioni riservate, che i nunzi non erano in grado di dare, specialmente sui fatti politici dei Paesi d’oltre cortina.

L’agente rispondeva al nome di Arnould, un colonnello che aveva accesso al Papa quasi mensilmente. Verso ferragosto del 1954, l’agente segreto consegnò in mano di Pio XII una busta sigillata da parte dell’arcivescovo luterano di Upsala, Yngue Torgny Brilioth, ammiratore del Pontefice e collaboratore in aiuto ai cattolici dei Paesi comunisti; nell’affidarla, egli tenne molto a dire al colonnello di non farla passare attraverso alcun servizio vaticano, ma di consegnarla direttamente nelle mani del Pontefice. Lo scritto conteneva le prove su certe relazioni che un’alta autorità del Vaticano intratteneva con i governi sovietici. Infatti, la volta precedente papa Pacelli, informato del fatto, aveva giurato di ritenere la cosa impossibile, mancando il suo consenso.

L’operato del pro-segretario, fatto a insaputa del Pontefice, era di una gravità unica. In netta antitesi con le direttive di Pio XII, che aveva in orrore il comunismo, Montini aveva iniziato a tenere rapporti secreti con quei persecutori della Chiesa cattolica in Urss. Da un’accurata inchiesta risultò che il gesuita padre Tondi, della cerchia montiniana, aveva passato ai sovietici la lista dei vescovi clandestini e dei sacerdoti colà inviati od ordinati in clandestinità, i quali, traditi dalla delazione, erano stati tutti arrestati e uccisi o morti nei lager. A questo si aggiungeva anche l’altro fatto grave di aver nascosto al Papa lo scisma dei vescovi cattolici che si andava consumando nella Cina comunista.

Il Pontefice, presente Arnauld, lesse la lettera e, turbato in volto, ammutolì. Il 30 agosto moriva santamente l’arcivescovo di Milano, cardinal Ildebrando Schuster. A fine settembre Pio XII chiama il pro-segretario di Stato Montini e gli dice di aver pensato d’inviarlo come arcivescovo a Milano. Era senz’altro una diminutio capitis, da capo della segreteria Stato ad arcivescovo periferico, seppure della più grande arcidiocesi d’Italia. Montini sommessamente ribatté: «Padre Santo, avrei pensato di finire la mia modesta opera a servizio di Vostra Santità in curia!». Papa Pacelli, senza aggiungere altro, si staglia in tutta la sua longilinea persona e con tono autorevole e severo indica: «Eccellenza, riceva la prima benedizione apostolica quale arcivescovo di Milano! Grazie del servizio prestatomi!». Montini la ricevette in ginocchio.

Il 1° novembre di quell’anno monsignor Montini prendeva possesso di Milano dove per quattro anni – finché visse Pacelli – non fu fatto cardinale. Il Papa intendeva così escluderlo da una possibile candidatura al soglio pontificio. Per il resto della sua vita Pio XII si rassegnò a governare in prima persona l’andamento degli affari esteri vaticani.

Da presidente della conferenza episcopale lombarda, l’arcivescovo Montini aveva relazione con tutti i vescovi della regione, tra i quali c’era quello di Novara che era molto stimato e consultato da Pio XII, monsignor Vincenzo Gilla Gremigni, tenuto a conoscenza dei fatti descritti. Monsignor Montini per carattere non era portato a coprire, ma a rintuzzare colpo su colpo. Mentre lui a Milano aveva solo un vescovo ausiliare dal 1955 – il secondo ausiliare l’ottenne solo nel 1961 – monsignor Gilla, forte dell’amicizia col Papa, ebbe per Novara, in una sola volta, due ausiliari, uno 62enne e l’altro molto giovane, di 44 anni, entrambi consacrati a settembre 1958. Fatti che Montini si legava al dito e che finivano in scaramucce più o meno larvate.

Quando l’arcivescovo di Milano aveva ritenuto di sciogliere e trasferire altrove “Il Popolo d’Italia”, giornale d’orientamento cattolico, ben affermato in Lombardia, monsignor Gilla Gremigni protestò che tale decisione fosse stata presa senza interpellare l’episcopato lombardo. La risposta dell’arcivescovo Montini, recata a mano all’episcopo di Novara a sera avanzata, fu di tale violenza che mentre la leggeva monsignor Gremigni, in condizioni cardiache già compromesse, si accasciò sulla scrivania e rimase fulminato: erano le ore 23 circa del 7 gennaio 1963.

Appresa la notizia, Montini, che nel frattempo papa Roncalli [Giovanni XXIII] aveva fatto cardinale, all’una di quella stessa notte si presenta in episcopio a Novara e si fa venire il giovane ausiliare – Ugo Poletti – dal quale apprende i possibili motivi dell’infarto: forse, dice Poletti, il contenuto della sua lettera rimasta ancora sulla scrivania dello studio, cui erano già stati apposti i sigilli. Il cardinale Montini fece pressione per tornare in possesso del suo scritto al fine di non dare adito, in pasto alla stampa, a eventuali estrapolazioni concettuali. «Eminenza, i sigilli sono stati posti un’ora fa dall’ufficiale; è notte, non è più possibile disturbarlo a quest’ora!», risponde monsignor Poletti; di rimando il cardinale fa: «Domani è già tardi; sono qui per questo; nessuno saprà dell’accaduto…».

Si disse pure che la storia dei sigilli fosse solo una trovata dell’ausiliare. Fatto sta che, lascito il cardinale ad attendere nervosamente il suo ritorno, dopo due ore circa monsignor Poletti consegna l’autografo a Montini con tante scuse per l’ovvio ritardo, mentre si promettevano a vicenda il più rigoroso riserbo sull’accaduto, che nessun altro mai avrebbe dovuto conoscere.

Tutti sapevano che Giovanni XXIII era gravemente malato. Moriva il 3 giugno di quell’anno. Senza perder tempo, i conclavisti della corrente che faceva capo al cardinale Giacomo Lercaro di Bologna si dettero appuntamento nella villa di Grottaferrata, di proprietà del massone Umberto Ortolani [loggia P2, feudo TE] per stabilire posizione da assumere e candidato da sostenere, cioè Giovanni Battista Montini, debitamente informato. Nei giorni seguenti l’arcivescovo di Milano era in predicato sulla bocca e sulla penna dei migliori vaticanisti. Venne eletto appunto il 21 giugno seguente, attribuendosi il nome di Paolo VI. Arrivato al soglio pontificio, Montini provvide subito a ricompensare l’ospitalità offertagli dal massone Ortolani, nominandolo prontamente Gentiluomo di Sua Santità. Per monsignor Poletti, invece, il Papa sembrava non ricordarsi più niente del broglio di Novara.

Dato che la memoria, quando funziona al presente, fa da specchio retrovisore proiettando il passato nel futuro, qualche trafiletto di stampa cominciò a informare dell’esistenza di una lettera di Montini a Gilla Gremigni come possibile causa del decesso di quest’ultimo. Immediatamente Poletti veniva promosso arcivescovo di Spoleto.

Ma Spoleto per monsignor Poletti era arida. Fece sapere al Papa di volerlo servire direttamente in Roma, e anche le modalità. Due anni dopo, monsignor Poletti passò al Vicariato di Roma come secondo vicegerente con Sua Eccellenza Ettore Cunial, sgambettando gli ausiliari Luigi Poggi, Giovanni Canestri, Oscar Zanera e Primo Trabalzini.

Quando il cardinal Vicario, Angelo Dell’Acqua, muore improvvisamente a Lourdes, il 27 agosto 1972, altri trafiletti di stampa ricordavano nuovamente l’esistenza di quella lettera montiniana a Gilla Gremigni. Come una folata di vento, venne la nomina di Poletti a pro-Vicario del papa Paolo VI a Roma.

A questo punto l’anziano prelato narratore fece una pausa e aggiunse: «E ora è il nostro cardinal Vicario, per grazia di Dio e della Santa Madre Chiesa!».

I due monsignori ascoltavano increduli, e uno di essi fece: «Oh potenza d’una fotocopia! Sa tutto d’intrigo della corte papale del Rinascimento…».

«Questo», riprese il prelato, «per dire chi è Paolo VI, un forte coi deboli e un debole coi prepotenti». Sotto Pio XI un simile prelato sarebbe stato quanto meno sospeso dalle sue funzioni pastorali e inviato in qualche monastero a spegnere le sue brame, come fece con il cardinale Billot, che privò della porpora. Invece, sospinto dal vento del ricatto, monsignor Poletti non si fece indietro ad aiutare il Papa per lunghi anni come cardinale Vicario in Roma, fino alle forzate dimissioni canoniche per tardiva età.

Monsignore guardò sorpreso l’orologio da polso: le 16:30, era in ritardo per un lavoro da presentare al Papa all’indomani. Chise di accompagnarlo direttamente al cortile di San Damaso.

[1] Re persiano protagonista del Libro di Ester, spesso identificato con Serse I (r. 485 – 465 a.C.).

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Segreti, segretezze e segreterie (pp. 190-192)

Il Rettore magnifico della pontificia Università Lateranense, negli anni Settanta [stando a wiki, Franco Biffi], aveva dato nell’occhio per i suoi strani spostamenti repentini in Italia e all’estero. Il controspionaggio lo sorvegliava con molto riguardo alla lontana. Lui sospettava qualcosa. A metà dell’anno accademico 1974 il Rettore magnifico licenziò in tronco un docente slovacco, religioso conventuale francescano, che lo deferì alla Rota, e questa, con responso Salomonico, gli dette ragione a metà. Il docente religioso non aveva taciuto le manovre massoniche del Rettore magnifico [per quanto segue, in orbita WE], e questi per ritorsione lo aveva esonerato dall’insegnamento.

Il seguente episodio a suo tempo venne riferito dalla viva voce del francescano. In un giorno estivo del 1974 quel pontificio Rettore magnifico di massoneria prenotava per telefono una camera in un albergo di Genova, nelle adiacenze della stazione. Arrivato in serata, benché l’hotel fosse raggiungibile a piedi egli con il taxi fece un lungo giro vizioso, sospettando qualche pedinamento. Alla reception si presentò in borghese fornendo false generalità. Per il giorno appresso prenotò la colazione di lavoro con due coniugi, che poi risultarono non essere marito e moglie. Il giorno dopo, l’incaricato del servizio segreto preparò un tavolo all’angolo del tutto riservato ai tre, ma essi ne scelsero un altro. L’addetto cameriere risistemò alla svelta i tavoli, avvicinando quanto più possibile quello con sotto la microspia, che a mala pena registrò la conversazione fatta con circospezione e sottovoce. A fatica si decifrava il periodo di febbraio 1975 per la fine di Paolo VI; poi la conversazione verteva sul conclave e si facevano i nomi dei designandi: Baggio, Poletti, Villot. Eppure Paolo VI non soffriva di un male che avesse così precisa scadenza.

Fatto sta che passò febbraio e nulla capitò di quanto presagito: essendo Paolo VI vivo e vegeto, il racconto fu attribuito a parto di mente effervescente. Invece, sul settimanale “Tempo” apparve un articolo che dette conferma al racconto confidenziale. L’articolo affermava che era stato sventato un complotto ai danni della persona del Papa, perché sul sacro tavolo fu recapitata una velina dattiloscritta con cui lo si informava del pericolo; si facevano i nomi del cardinale Baggio e di monsignor Annibale Bugnini; l’articolo accennava all’amara sorpresa del Pontefice, alla difficoltà di poter rimuovere Baggio dai suoi molteplici posti-chiave in curia; poi, l’articolista attribuiva allo sventato complotto la defenestrazione di Bugnini dal suo importante posto di segretario della Congregazione per il culto divino, in tronco senza alcuna spiegazione e svanito nel nulla fino al 4 gennaio 1976, quando si seppe ch’era stato fatto nunzio in Iran. La notizia – mai smentita – fece enorme scalpore e il giro del mondo, all’epoca, correlando eventi e fatti riferiti a una medesima matrice massonica.

La liturgia manipolata (pp. 210-211)

All’epoca postconciliare del Vaticano II, molti indagarono a fondo per appurare da dove potesse provenire l’ordine di sconquassare le antichissime tradizioni liturgiche, patrimonio intoccabile della Chiesa, le cui radici secolari prendevano origine fin dai tempi apostolici e questi dall’Antico Testamento del popolo eletto. Seguirono le mosse dell’artefice principale di gran parte delle rimanipolazioni liturgiche, l’arcivescovo Annibale Bugnini, segretario del Dipartimento pontificio per il culto divino.

Dopo lunghi pedinamenti e appostamenti, le tracce portavano nei pressi del Gianicolo verso la sede massonica del Grande Oriente d’Italia a palazzo Il Vascello. Risultò che l’Annibale s’era messo a disposizione del gran maestro, che gli passava un assegno mensile molto sostanzioso; uno di questi assegni fu fotografato e pubblicato su una nota rivista nell’estate del 1975. Nell’ottobre seguente, seguente, trafiletti di stampa avvertivano che Bugnini era scomparso dalla scena di curia e nessuno sapeva dove s’era andato a rintanare. La speditezza con cui monsignor Bugnini era stato dalla sera alla mattina defenestrato dal suo incarico, voleva essere una lezione di cinismo diplomatico e anche un esempio di nevrosi politica.

I prelati massoni della curia tenevano i due congregati Bugnini e Baggio (quest’ultimo allora prefetto del dicastero dei vescovi) al riparo dell’ira di Paolo VI, informato dai servizi secreti di massima sicurezza al comando del generale dell’Arma Enrico Mino, circa un complotto ai suoi danni. Sbollita l’ira montiniana, il 4 gennaio dell’anno appresso Bugnini si trovò spedito nunzio in Iran, dove rimase fino a luglio del 1982, quando morì di morte naturale procurata.

Monsignor Bugnini aveva espletato alla perfezione il compito affidatogli dal grande architetto dell’universo massonico, satana, sulla deflorazione della sacra liturgia. Uscito ormai allo scoperto, il prolungamento della sua esistenza sarebbe stato d’impiccio e d’impaccio a sé e all’ordine, che in circostanze del genere ha facoltà di decidere a riguardo, stando al giuramento che ogni apprendista massone fa quando entra nel primo grado della “luce” iniziatica.

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La piovra massonica nel Palazzo (pp. 226-227)

Appena arrivato ad arcivescovo di Milano, monsignor Montini eleggeva a suo consulente finanziario il cattolicissimo massone Michele Sindona. Affidando poi, da Papa, le sorti della finanza cattolica dello Ior[1] all’indiscussa competenza ladresca e criminale dei cattolici massoni Michele Sindona e Roberto Calvi, che si avvalevano di due altri fratelli massoni della Loggia P2, Licio Gelli e Umberto Ortolani.

Nel 1987 il giornalista massone Pier Carpi, confermando l’assunto del “fratello” Fulberto Lando secondo il quale alla Loggia P2 aderivano anche cardinali e vescovi in incognito, specificava che «si chiama “Loggia Ecclesia” [altrove “Mafia di Faenza”] ed è in contatto diretto con il gran maestro della Loggia Unita d’Inghilterra, il duca Michele di Kent. Tale loggia opera in Vaticano dal 1971. Vi appartengono più di cento fra cardinali, vescovi e monsignori di curia. Riescono a mantenere il più assoluto segreto, ma non al punto da sfuggire alle indagini degli uomini della potente “Opus Dei”»[2].

[L’opposizione tra Loggia Ecclesia e Opus Dei ci permette di individuare uno schema. L’Opus Dei, come la Loggia P2, è variamente connessa alla Loggia Internazionale Three Eyes. Essendo la P2 una loggia di Rito Scozzese, possiamo ricondurre la Three Eyes alla stessa obbedienza, che non è quella a cui sovrintende la Loggia Unita d’Inghilterra. La UGLE lavora infatti secondo diversi rituali inglesi (Emulation, Stability, Taylor’s, West End, Logic e York), ma non secondo il rito scozzese. Per esclusione associamo la Loggia Ecclesia e la UGLE alla Loggia Internazionale White Eagle. Ammettiamo l’errore commesso ne Il Sangue degli Illuminati, dove individuavamo nell’Ecclesia la loggia di tutti i massoni curiali.]

Infine, la rivista cattolica messicana “Proceso” (n° 832 del 12 ottobre 1992), informava che la massoneria ha diviso il territorio vaticano in otto quartieri, dove sono in funzione quattro logge massoniche del rito scozzese, i cui adepti, alti funzionari del piccolo Stato, standovi in forma indipendente non si conoscerebbero fra loro [immagino fra adepti di logge diverse], neanche battendo i tre colpi col polpastrello del pollice. [A queste si aggiunge l’Ecclesia che, come detto sopra, non è di rito scozzese.] Esse all’occorrenza prendono contatti con altre logge massoniche delle singole nazioni; anzi, là dove la Chiesa opera in clandestinità a causa del Corano, le rivelazioni con la Chiesa locale passano segretamente attraverso tale rete settaria, che così rende un servigio religioso in favore dei loro fratelli di stanza in Vaticano.

Le nazioni del blocco islamico, benché mantengano relazioni diplomatiche con la Sede Apostolica, in forza del Corano s’ostinano a vietare qualsiasi forma di culto cattolico e di proselitismo. I rispettivi governi designano come ambasciatori presso il Vaticano per l’appunto quei fratelli massoni tra i più zelanti e attivi, ai quali danno istruzioni sul differente modo di procedere con gli odiati ecclesiastici tutti d’un pezzo, e con quegli altri invece benevoli verso la massoneria, dei quali molti riescono a giungere ad avere le leve del potere in Vaticano. In combutta con questi, si cerca oggi di “pilotare” Giovanni Paolo II, vecchio e malato, il quale cammina a fatica (solleva i piedi solo di pochi centimetri da terra) e a causa del morbo soffre di frequenti amnesie.

[1] Istituto per le Opere di Religione, fondato nella Città del Vaticano da Pio XII il 27 giugno 1942.
[2] “L’Espresso”, 12 dicembre 1987.

Quanto mai ipocrita (p. 231)

Un prelato di Curia riferì quanto segue a un giovane sacerdote angustiato dalle segnalazioni dei media del Paese dove operava, che tra varie corruttele annotavano l’appartenenza di certi cardinali alla massoneria: «[…] Paolo VI si avvide della presenza massonica in Vaticano e lo disse al mondo: la chiamò fumo di satana. Egli sapeva che attraverso la fessura massonica quel fumo era penetrato e annebbiava il tempio del Signore». [Il dialogo si pone tra il 1995 e il 1998]

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Scontro al vertice (Stefania & Diego Marin, Il Sangue degli Illuminati, Macro 2021, p.27)

Gioele Magaldi spiega la scoperta degli elenchi della P2 e l’espulsione di Gelli dai salotti del potere in termini di una lotta intestina tra due logge internazionali (Ur-Logge), precisamente la Three Eyes e la White Eagle. Il 17 marzo 1981 i confratelli della White Eagle rendono pubblici alcuni nomi e documenti della P2 determinandone l’uscita dai giochi. La Three Eyes risponde con l’attentato a Ronald Reagan (protetto della White Eagle) a Washington il 30 marzo. Infine, il 13 maggio la White Eagle organizza l’attentato a Giovanni Paolo II in piazza San Pietro per mano del terrorista turco Mehmet Alì Agca, contattato dalla Ur-loggia Joseph de Maistre attraverso il KGB. Papa Wojtyla è infatti amico e alleato di Zbigniew Brzezinski, membro fondatore sia della Commissione Trilaterale (creazione della “Three Eyes”) che della stessa “Three Eyes”.

Nel luglio dello stesso anno viene firmato un armistizio, lo United Freemasons for Globalization, in base al quale: si inaugura la pax massonica; si sciolgono i gruppi terroristici italiani; si delinea un progetto di “globalizzazione politica-economica [e] creazione di un Nuovo ordine mondiale caratterizzato da una libera economia di mercato a tutte le latitudini”. Quest’ultimo comprendeva una serie di sottopunti: sostegno al fratello Deng Xiaoping (Three Eyes) e alla sua politica di apertura della Cina al libero mercato; destrutturazione e liquidazione dell’URSS e del Patto di Varsavia grazie all’ascesa del fratello Michail Gorbacev (Golden Eurasia) e alla rottamazione dei vecchi titani del Pcus come il segretario generale Leonid Breznev (Joseph de Maistre) e i suoi più stretti seguaci e successori; accelerazione del processo di integrazione economica e politica dell’Europa secondo lo schema immaginato dai fratelli Richard Coudenhove-Kalergi (fondatore della Pan-Europa) e Jean Monnet (ex Thomas Paine, poi approdato alla Edmund Burke, alla Pan-Europa e alla Compass Star-Rose/Rosa-Stella Ventorum); riunificazione tedesca; riconferma della sorella Margaret Thatcher (Edmund Burke) e sabotaggio del Labour Party nel Regno Unito; ascesa del fratello Jacques Delors (Montesquieu e Ioannes) alla presidenza della Commissione europea; fine dell’operazione Condor in America Latina e ritorno dell’Argentina alla democrazia con la presidenza del fratello Raùl Ricardo Alfonsin (Simon Bolivar); smantellamento progressivo dell’apartheid in Sudafrica e scarcerazione del fratello Nelson Mandela (Arjuna-Phoenix).

Tra i personaggi coinvolti nelle trattative per l’armistizio troviamo gli italiani Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi. Proprio nel 1981, nelle vesti rispettivamente di ministro del Tesoro e governatore di Bankitalia, i due firmarono un accordo kamikaze che rese la banca indipendente dal ministero del Tesoro, sicché la stessa non sarebbe stata più obbligata ad acquistare i titoli di stato e qualora si fosse rifiutata (come accade oggi, con la BCE al posto di Bankitalia) la spesa pubblica sarebbe dovuta finanziarsi aumentando la tassazione.[1]

 Breve postilla sul legame tra Wojtyla e Brzezinski. Secondo gli autori di Wojtyla Segreto, «uno dei capitoli più misteriosi della vita di Woityla è l’asse segreto che lo legò a Brzezinski, uno degli uomini polacchi più influenti al mondo, consigliere per la Sicurezza nazionale della presidenza Carter, ancora oggi (oltre che professore di politica estera americana alla School of Advanced International Studies della John Hopkins University di Washington) ascoltatissimo uomo di Stato, al punto che si ritiene che Barack Obama, suo allievo alla Columbia University, sia una sua creatura. Oltre che di “Three Eyes” e TC, Brzezinski è anche membro fondatore di “Lux ad Orientem”, loggia internazionale basata alla Columbia University. Quando Giovanni Paolo I muore, Brzezinski e l’entourage presidenziale mobilitano subito la conferenza episcopale americana e i cardinali statunitensi a favore di una candidatura di Woityla. L’elezione di Woityla fu un successo incredibile per Brzezinski, che poté far decollare la sua strategia della religione per distruggere il blocco sovietico. Ora c’era la carta vincente: un papa polacco, suo amico personale»[2].

[1] Informazioni da Gioele Magaldi, Massoni S.R.Ill., La Scoperta delle Ur-Lodges, Chiarelettere 2014.
[2] Giacomo Galeazzi, Ferruccio Pinotti, Wojtyla Segreto, La prima controinchiesta su Giovanni Paolo II, Chiarelettere, 2011.

I club (pp. 240-241)

Nel caso che qualche ecclesiastico volesse far carriera con l’appoggio della massoneria, i responsabili tanto per iniziare lo mettono in prova, impegnandolo a tenere dotte conferenze ai distinti soci nei club dei Lions e dei Rotary delle città distrettuali, che sono circoli culturali nei quali si prepara il semenzaio da cui scegliere gli affiliandi alle logge.

A riguardo di detti circoli, la rivista gesuitica “La Civiltà Cattolica” dimostrò senza veli di dubbio che detti circoli, essendo di derivazione massonica, mantengono stretti legami con la setta. Ci fu serrata polemica sulla veridicità o meno dell’asserzione, finché il gran maestro Giordano Gamberini, sulla rivista massonica “Hiram”[1] del 1° febbraio 1981, rivendicò ufficialmente che sia i Rotary sia i Lions derivano e confluiscono nell’organizzazione della massoneria, scrivendo: «Melvin Jones, maestro massone di Chicago [di rito inglese], fu tra i fondatori dei Lions. Ne divenne segretario generale e tesoriere fin dal 1917. Nel Lions, l’origine massonica risulta evidente anche dal primo stemma che si diede l’associazione. Pressoché identici rapporti con la massoneria aveva avuto il Rotary».

Appunto per ciò, l’anno appresso 1982 a governatore del distretto rotaryano di Sicilia-Malta per la prima volta fu un gesuita a essere insignito della prestigiosa carica, padre Federico Weber, senza che i superiori gliene facessero veto. Persino molti cardinali, lautamente compensati, incoraggiati dal fratello cardinale Baggio, ora defunto, si ritengono altamente onorati dell’invito dei dignitari rotaryani a inaugurarne le nuove sedi o l’anno sociale, dando lustro di sé con dotte conferenze e prelibati pranzi.

[Qui vediamo un’ulteriore conferma allo schema: Baggio, avversario di Montini, viene accostato ai Rotary, di ritualità inglese (WE), mentre appunto Montini aderiva al rito scozzese (TE).]

[1] Organo bimestrale del Grande Oriente d’Italia [maggiore obbedienza di rito scozzese], fondato nel 1870, Editore Erasmo.

Le cordate dei Piacentini e dei Romagnoli (pp. 113-117)

[Dal pezzo seguente si evince come la spaccatura massonica rifletta una preesistente spaccatura famigliare tra piacentini e romagnoli (o faentini), presumibilmente due rami cadetti della più antica nobiltà nera romana, corrispondente grosso modo alle gens flavia e anicia. I piacentini possono ritenersi vicini all’Opus Dei e alla Three Eyes, i romagnoli all’Ecclesia e alla White Eagle.]

Al tempo di Pio XI e Pio XII la curia romana veniva guidata da prestigiosi cardinali per nascita e formazione, rispondenti ai nomi di Pietro Fumasoni Biondi, Pietro Ciriaci, Paolo Giobbe, Luigi Traglia, Alfredo Ottaviani e altri. Dignitari romani di tutto rispetto per la fedeltà al servizio del Papa e della Chiesa e per elevatezza d’ingegno. Man mano che quel gruppo romano si assottigliava, crescevano di importanza i due clan cadetti, il piacentino e il romagnolo, che sotto Domenico Tardini, segretario di Stato, si guardavano in cagnesco e si fronteggiavano con ogni riguardo, spartendosi alternativamente i posti chiave di curia.

La cordata dei Piacentini. Prendendo a prestito l’esempio del sistema stellare, codesta famiglia ora viene paragonata all’Orsa minore nell’emisfero boreale della curia romana, ma sempre in buona efficienza visiva.

Negli anni Sessanta e Settanta l’arcidiocesi di Piacenza si onorava di avere cinque cardinali viventi, di cui un segretario di Stato, Casaroli Agostino, contornato dagli altri concardinali piacentini: Nasalli Rocca di Corneliano Mario, Oddi Silvio, Rossi Opilio e Samoré Antonio, ai quali si sono aggiunti in seguito Poggi Luigi e Tonini Ersilio. L’aspetto di alcuni di loro serve da scacciapensieri, ma senz’arrendersi tengono in alto il proprio ruolo; del resto anche i brutti diventano simpatici cardinali. Tanto amalgama in cordata costituisce da sé un condizionamento particolare in curia e nella Chiesa, ricoprendo ruoli della massima importanza, a cominciare da quello di Segretario di Stato.

Attaccati a ciascuno di questi vivono in simbiosi molti altri ecclesiastici del circondario di curia e del mondo, a supporto e a sostegno reciproco. Se no, si starebbe poco a governare al vertice. Sette cardinali quasi tutti di curia e altrettanti vescovi e prelati scelti da una sola diocesi, bisogna ammettere che come provvidenza è un po’ troppa. Gli osservatori notavano troppa placenta in giro a corte papale. Troppo vento in poppa da quella parte.

In genere la durata del vento favorevole s’aggira intorno a una ventina d’anni, prima d’aspettarsi il rimpiazzo. Sufficiente per dirigere il timone della barca di Pietro verso l’approssimarsi del successivo conclave con la segnalazione in cifra del prossimo successore sulla cattedra di Pietro.

La cordata dei Romagnoli. È, al presente vaticano, la costellazione dell’Orsa maggiore, che nell’emisfero celeste della Chiesa ha attualmente più influenza e chance per la candidatura del prossimo Papa, i cui conclavisti sono già stati puntualmente allertati.

I Romagnoli, nel cui novero si inseriscono monsignori di tutti i tagli provenienti da altre località, stavano ben piazzati con i fratelli Gaetano e Amleto Cicognani e Marcello Mimmi ai Vescovi, e di rinforzo avevano Gaspare Cantagalli (eletto prima di morire arcivescovo di Pompei e falciato da un embolo-killer), Aurelio Sabattani, Achille Silvestrini, Pio Laghi, Dino Monduzzi, Luigi Bettazzi. E i tre fratelli DE Nicolò: Piergiacomo, Mariano e Paolo, approdati a Roma da Cattolica e posti alle costole dell’amletico segretario di Stato, avidi di soldi e di carriere; tutti e tre con l’episcopato in tasca, ora detengono alti incarichi di curia. Ultimo tra cotanto senno uscito allo scoperto è l’eccellenza Claudio Celli, neanche a dirlo del medesimo clan. Quanta grazia del Signore!

Cammin facendo, la cordata romagnola si andava arricchendo di altri augusti affiliati: Renato Martino, osservatore dell’Onu; Riccardo Fontana ed Edoardo Menichelli, entrambi segretari di Silvestrini. Mario Rizzi, il cui nome si leggeva già nella lista dei prelati massoni nel 1978[1]: infido, untuoso, cobra, conciliante all’occorrenza, dai facili pettegolezzi fino alle calunni più spietate. Poi Pietro Giacomo Nonis di Vicenza, Arrigo Miglio di Iglesias, Lorenzo Chiarinelli di Aversa, Attilio Nicora di Verona, Benito Cocchi a Modena, Cesare Bonicelli a Parma, Italo Castellani a Faenza, il brisighellino Silvano Montevecchi ad Ascoli Piceno, eccetera. Tutti fatti promuovere dal capocordata Silvestrini, per fare da contrappeso alla cordata piacentina.

Gente che si dirama a raggiera e a tentacoli nei posti di prestigio, la cui ombra pesa come coltre funerea sulla Chiesa, appoggiata su di un vulcano sommerso, eruttivo a intermittenze ben precise. D’altronde è caratteristica dei poteri incontrollati, perché occulti, estendere sempre più le proprie radici fino a invadere per intero il corpo mistico della Chiesa, aggredita così da metastasi tumorali.

Da poco uno della cordata romagnola, monsignor Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, intimo di Silvestrini, è stato fatto nunzio d’Italia, il che vuol dire – lo diciamo per i non addetti – facilitargli le nomine vescovili in favore dei suoi sodali, e trombare invece quelle degli avversari.

Il cardinale Giuseppe Siri riteneva probabile, nel febbraio 1988, la manipolazione di un Papa indicato dalla setta massonica. Ma ammesso pure che ne prossimo conclave venisse eletto un Pontefice di estrazione diversa, con i posti chiave di curia occupati da siffatta cordata romagnola di tanta influenza, il nuovo Papa dovrà necessariamente fare i conti con loro e scendere a compromessi nella reggenza e nella governabilità della Chiesa.

Nel suo scritto “Servizio, non carriera” è Silvestrini stesso a confermare l’assunto: «Al seminario giuridico di Sant’Apollinare eravamo tre di Faenza: don Dino Monduzzi, Laghi ed io; tutti frequentando la facoltà “Utriusque Iuris” della Lateranense. A quattro passi dall’Apollinare, nel collegio Capranica, don Franco Gualdrini terminava gli studi di teologia presso l’Università Gregoriana. Tutti e quattro legati da un’amicizia fraterna che ha continuato a unirci nella vita. Era questa la carriera nella quale don Pio Laghi ed altri come lui ed anche io, siamo entrati». Viva la sincerità! La famiglia faentina era fin d’allora sulla cresta dell’onda, lo si apprende dalla bocca del suo stesso portavoce e capocordata, convinto o pensando di convincere d’essere la misura misurante con cui misurare uomini e cose, nel novero ecclesiastico. Una manciata di arrivisti dignitari doc di origine abbastanza controllata agli ordini del loro capostipite, bussola che orienta, bacchetta alla mano, tutti gli affiliati alla famiglia romagnola, affinché concordi e uniti restino agli ordini di ciò che accadrà tra non molto tempo, alla convocazione del prossimo conclave.

Segni dei tempi anche questi. In funzione di leader vaticano, dal bussolotto delle promozioni ecclesiastiche Silvestrini estrae candidati di suo tornaconto preconizzati alla surrettizia promozione, subintrodotta con furberia e scaltrezza alla sigla papale e, poi, mandati in libera uscita a vegetare da saprofiti sul secolare tronco della Chiesa. Tutte scelte d’interesse umano e d’ingiustificata pressione, in netto contrasto con la volontà divina. Il complesso di superiorità di detto capoclan gli rovina il rapporto di reciprocità con i colleghi cardinali; mentre il complesso d’inferiorità gli rovina il rapporto con tutti gli altri prelati di curia.

Nel dramma divino umano del Calvario d’indovina il trambusto dei soldati romani a dividersi sotto la croce i pochissimi beni del Crocifisso. A duemila anni di distanza la conta continua: «Diviserunt sibi vestimenta ecclesiae et super vestigia eius miserunt sortem», si sono divisi tra loro le vesti della Chiesa, sorteggiando a chi tocca.

Siccome i fratelli Cicognani, con Cantagalli, Silvestrini, Monduzzi, provenivano tutti da Brisighella, al sopraggiungere dell’ambizioso don Renato Bruni, ambiguo quanto malefico, i curiali satirici delle altre nidiate ironizzavano celiando: «Christus brisighellatus est», che tradotto a senso significa: avevano costretto nostro Signore a ritirare la consegna della cittadinanza onoraria di Brisighella, lui invece ci mandò suo cugino sosia, Giuda Taddeo; faceva sempre così anche quando lo volevano fare re. Ma quando si trattò di soffrire e morire permise a Giuda Iscariota di identificarlo bene con un bacio nella notte.

Quest’ultimo arrivato, Renato Bruni, servì e si servì della cordata romagnola per un ventennio, facendo il bello e cattivo tempo sul personale dell’organico e le precedenze d’ufficio, fino a sostituirsi durante l’interregno di tre cardinali, prefetti psicolabili, fragili, imbecilli di un importante dicastero di curia. Di costui tutti, in alto e in basso, erano disgustati, ma nessun magnate osava denunciarne la sconcezza. Troppo prezioso era il soggetto nel tessere l’invisibile trama della ragnatela per il clan.

L’insulto della sclerosi s’affaccia più spesso a far capolino nella pompa magna del sacro collegio cardinalizio, scegliendo quelle eminenze più adatte a far rima baciata con le rispettive demenze. Che amara delusione è per chi ha speso un’intera vita a cavalcare un ronzino che andava sciogliendosi nell’incretinimento. Addio, sogni di gloria al vento!

I congregati dei due manipoli, i Piacentini e i Romagnoli, di tanto in tanto escono all’aperto a singolar tenzone, quando c’è da spartire qualche posto di alto prestigio. A tal duello le sciabole restano tacite al muro, i foderi invece si battono in silenzio. Poi ciascuno rientra nei propri accampamenti.

[1] Riportata in un articolo dell’“Osservatore Politico” del settembre 1978, la lista consta dei nomi di 112 “massoni vaticani” tra cui Paul Casimir Marcinkus (mat. 43/649), Jean-Marie Villot (mat. 041/3) e Agostino Casaroli (mat. 41/076). Lo stesso articolo sostiene che in Vaticano si fronteggino due fazioni massoniche contrapposte: l’una moderata (appoggiata da Andreotti), denominata “Mafia di Faenza” e facente capo ad Agostino Casaroli, Achille Silvestrini e Pio Laghi; l’altra integralista, facente capo a Paul Marcinkus e monsignor Luigi Cheli, membri entrambi dell’Opus Dei.

Via Col Vento n6

Gli strascichi della contesa

La pace siglata nel luglio ’81 tra White Eagle e Three Eyes non si estese evidentemente ai rispettivi schieramenti interni alla Chiesa. In tutta probabilità, di questa appendice furono vittime innocenti le giovani Mirella Gregori e Manuela Orlandi, scomparse nel nulla rispettivamente il 7 maggio e il 22 giugno 1983.

Delle innumerevoli teorie sulla loro sorte, di cui nessuna provata giuridicamente, la più quotata vede il coinvolgimento delle quindicenni in supposti festini lussuriosi imbastiti nei propri alloggi dal Governatore dello Stato Vaticano e Presidente dello Ior monsignor Paul Marcinkus.

Assumendo che le ragazze per gli ipotetici festini venissero scelte da agenti di fiducia, è possibile che l’eventuale cattura di Mirella e Manuela costituisse un imbroglio ai danni del prelato. Nel contesto dello scontro massonico, l’implicazione di Marcinkus nella scomparsa delle ragazze, le cui famiglie erano notoriamente vicine a Giovanni Paolo II, poteva facilmente suscitare dissapori tra monsignore e pontefice, compromettendo l’unità della famiglia Three Eyes.

Il 5 luglio 1983 arrivò una telefonata alla sala stampa vaticana. All’altro capo, un uomo dallo spiccato accento anglosassone (battezzato dalla stampa “l’Amerikano” e il cui identikit delineato dal SISDE era compatibile con monsignor Marcinkus) affermò di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi; lo stesso chiese l’attivazione di una linea telefonica diretta con il Vaticano e sollecitò l’intervento del Papa affinché il suo attentatore, Ali Agca, venisse liberato entro il 20 luglio.

L’8 luglio, un uomo con inflessione mediorientale telefonò a una compagna di classe di Emanuela sostenendo che la ragazza era in mano loro e che avrebbe concesso venti giorni di tempo per fare lo scambio con Agca, chiedendo a sua volta una linea telefonica diretta con il cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli.

Il 17 luglio venne fatto trovare un nastro in cui si confermava la richiesta di scambio con Agca, la richiesta di una linea telefonica diretta col cardinale Casaroli, e si sentiva la voce di una ragazza che implorava aiuto, dicendo di sentirsi male. La linea fu installata il 18 luglio. Alcuni giorni più tardi, in un’altra telefonata, “l’Amerikano” chiese allo zio di Emanuela di rendere pubblico il messaggio contenuto sul nastro, e di informarsi dal cardinale Casaroli in relazione a un precedente colloquio. In totale, le telefonate dell’“Amerikano” furono 16, tutte da cabine telefoniche.

La polizia cercò di arrestare Marcinkus per interrogarlo ma Woityla non lo permise, concedendogli l’immunità diplomatica persino quando, ormai in pensione, divenne parroco di una piccola chiesa dell’Arizona. Marcinkus era intoccabile e l’inchiesta si arenò.

Nel 2013, in un’intervista alla TV turca, Agca ha sostenuto che l’attentato al Papa era stato ordito all’interno del Vaticano dal cardinal Casaroli, lo stesso uomo con cui “l’Amerikano” aveva chiesto di ottenere una linea interna riservata. Stando a un articolo di Mino Pecorelli per l’“Osservatore Politico” (settembre ’78), Casaroli sarebbe appartenuto all’Ecclesia o Mafia di Faenza. I continui riferimenti allo stesso nelle telefonate dell’“Amerikano”, uniti alla strenua difesa operata da Woityla verso Marcinkus, fanno supporre che sia stato appunto Casaroli il principale responsabile delle sparizioni.

Resta il fatto che tutti, di una squadra o dell’altra, avrebbero messo la propria rispettabilità di facciata davanti ai più elementari diritti dell’essere umano, il che sarebbe tanto più spregevole in considerazione della giovane età delle vittime.

Via Col Vento n7

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L’Anello di Re Salomone

L'Anello di Re Salomone

Il segreto più antico sta per riemergere. Nella Berlino del 2021, una scia di omicidi rituali scuote la capitale: cinque donne vengono trovate prive dei loro lunghi capelli biondi, marchiate da una carta del misterioso mazzo di tarocchi Sola-Busca. L’agente della polizia tedesca Frieda Weber e il professore di Oxford Robert Sitchin si ritrovano uniti in una caccia senza tregua che scava nelle pieghe di una storia proibita.

Le tracce conducono alla leggendaria Società del Vril e a una verità sconvolgente: i demoni che il Re d’Israele asservì per costruire il Tempio di Gerusalemme non erano creature infernali, ma extraterrestri provenienti dalla Galassia Vortice. Al centro di tutto vi è l’Anello di Re Salomone, un oggetto forgiato da un meteorite di origine venusiana capace di aprire portali dimensionali e di connettere la Terra al pianeta Nibiru.

Dalle rovine del Tempio nel 44 d.C. fino alle terre d’Irlanda, passando per i segreti dei Cavalieri di Ghiaccio, dell’Ordo Bucintoro e della Rosa+Croce, ha inizio la più grande caccia al tesoro di tutti i tempi. Mentre antiche linee di sangue lottano per il dominio e il ritorno dei Chitauri si fa imminente, una sola profezia riecheggia nei secoli: “Nessuno possiede l’anello se non vi è destinato”.

Siete pronti a scoprire che la storia dell’umanità è stata scritta tra le stelle?


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Un’Epidemia di Visioni

Visioni in Francia

Sotto il regno di Pipino il Breve (751-768) apparvero pubblicamente in Francia fenomeni molto strani.

L’aria era piena di figure umane, il cielo rifletteva miraggi di palazzi, giardini, mari agitati, vascelli con le vele al vento ed eserciti schierati in battaglia. L’atmosfera pareva un grande sogno e tutti potevano vedere e distinguere i particolari di queste fantastiche apparizioni.

Si trattava di un’epidemia che intaccava gli organi della vita? O di una perturbazione atmosferica che proiettava miraggi nell’aria condensata? O non era piuttosto un’allucinazione collettiva, prodotta da qualche principio inebriante e pestilenziale sparso nell’atmosfera?

Quest’ultima supposizione sembra la più probabile, poiché queste visioni esasperavano il popolo; la gente credeva di distinguere nell’aria degli stregoni che spandevano a piene mani polveri malefiche e veleni. I campi erano sterili, il bestiame moriva e la mortalità colpiva anche gli uomini.

Si diffusa allora una favola destinata ad avere tanto più successo e credito in quanto era del tutto stravagante.

Un famoso cabalista di nome Zedechia faceva allora scuola di scienze occulte, e insegnava non la Cabala, ma le ipotesi divertenti che ne possono risultare e che formano la parte esoterica di questa scienza che è nascosta al volgo.

Zedechia rallegrava dunque gli spiriti con la mitologia della Cabala misteriosa.

Raccontava come Adamo, il primo uomo, creato dapprima in uno stato quasi spirituale, abitasse al di sopra della nostra atmosfera, dove la luce faceva nascere per lui e a suo piacimento una meravigliosa vegetazione. Era servito da una quantità di esseri di grande bellezza, creati a immagine dell’uomo e della donna, di cui erano il riflesso animato, e formati dalla più pura sostanza degli elementi: erano silfi, salamandre, ondine e gnomi. Allo stato di innocenza, Adamo regnava su questi gnomi e sulle ondine, tramite silfi e salamandre, che, soli, avevano il potere di elevarsi fino al suo paradiso aereo.

Nulla eguagliava la bellezza della coppia primitiva, servita da silfi. Questi spiriti mortali erano abilissimi a costruire, tessere, far splendere la luce nelle forme più varie che l’immaginazione più brillante e più feconda potesse concepire.

Il paradiso terrestre, così chiamato perché si posava sull’atmosfera della Terra, era dunque il luogo degli incantesimi; Adamo ed Eva dormivano in palazzi di perle e zaffiri, le rose sbocciavano intorno a loro e si stendevano in tappeto sotto i loro piedi; essi scivolavano sull’acqua in conchiglie di madreperla tirate da cigni; gli uccelli cantavano per loro una musica deliziosa, i fiori si chinavano per accarezzarli.

Il peccato fece loro perdere tutto ciò precipitandoli sulla Terra. I corpi materiali di cui furono ricoperti sono le pelli delle bestie di cui si parla nella Bibbia.

Essi si trovarono soli e nudi su di una Terra che non ubbidiva più ai loro capricci. Dimenticarono persino la vita nell’Eden, di cui serbavano solo un ricordo come di un sogno.

Tuttavia, al di sopra dell’atmosfera, esistevano sempre le regioni paradisiache, abitate soltanto da silfi e salamandre, rimasti a custodire i possedimenti dell’uomo, come domestici afflitti, lasciati nel castello di un padrone che non sperano più di veder tornare.

Gli uomini avevano la mente piena di queste finzioni meravigliose quando apparvero i miraggi del cielo e le figure umane nelle nubi. Nessun dubbio: erano silfi e salamandre, quegli stessi di cui parlava Zedechia, che venivano a cercare i loro antichi padroni.

Si confusero i sogni con la veglia, e parecchie persone credettero di essere rapite dagli esseri eterei. Si parlava di viaggi nei paesi del cielo, così come tra noi si parla di mobili animati e di manifestazioni fluide.

Le migliori menti furono colte da follia e la Chiesa dovette intervenire. La Chiesa non ama molto le comunicazioni soprannaturali fatte alle folle. Simili rivelazioni, che distruggono il rispetto dovuto all’autorità e alla linea gerarchica dell’insegnamento, creano il disordine e non potrebbero quindi essere attribuite allo spirito di ordine e di luce.

I fantasmi delle nubi furono considerati come illusioni dell’inferno; e allora il popolo, ansioso di prendersela con qualcuno, promosse in un certo senso una crociata contro gli stregoni.

La follia generale si concluse con una crisi di furore. Le persone sconosciute che si incontravano per la campagna erano accusate di scendere dal cielo e uccise senza pietà. Parecchi maniaci confessarono di essere stati rapiti da silfi o demoni. Altri, che se ne erano già vantati, non vollero o non poterono più smentire: li bruciarono o li gettarono nell’acqua. Garinet [in Historie de la Magie en France, 1818] sostiene che il numero di persone perite in tal modo in tutto il regno fu tanto elevato che darvi credito potrebbe essere difficile.

Così si risolvono i drammi in cui i ruoli principali sono interpretati dall’ignoranza e dalla paura.

Queste epidemie visionarie si riprodussero sotto i regni che seguirono, e Carlomagno dovette intervenire con tutta la sua autorità per calmare l’agitazione pubblica. Un editto, rinnovato poi al tempo di Luigi il Buono, con la minaccia di gravissime pene proibì ai silfi di mostrarsi.

La gente comprese che, in mancanza di silfi, tali pene avrebbero colpito coloro che si fossero vantati di averne visti, e finì che nessuno più ne vide. I vascelli aerei rientrarono nei porti dell’oblio e nessuno pretese più di aver viaggiato attraverso i cieli.

Altre frenesie popolari e gli splendori romanzeschi del regno di Carlo Magno fornirono alla leggenda altri prodigi in cui credere e altre meraviglie da raccontare.

Eliphas Lévi, Storia della Magia, 1860

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I “Liberi-Giudici” o “Illuminati di Westfalia”

La Santa Vehme o Illuminati di Westfalia

I liberi-giudici furono una società segreta che, nell’interesse dell’ordine e del governo, si opponeva a società segrete anarchiche e rivoluzionarie.

Le superstizioni sono sempre tenaci e il druidismo degenerato aveva profonde radici nelle terre selvagge del nord. Le frequenti insurrezioni dei Sassoni testimoniavano un fanatismo sempre irrequieto, che la forza morale era nell’impossibilità di reprimere. Tutti i culti sconfitti, il paganesimo romano, l’idolatria germanica, il rancore ebreo, si alleavano contro il cristianesimo vittorioso. Si effettuavano assemblee notturne e i congiurati, in quelle occasioni, cementavano l’alleanza col sangue di vittime umane. Un idolo panteistico dalle corna di capro e dalle forme mostruose presiedeva a banchetti che si potrebbero chiamare “agapi dell’odio”.

In poche parole, in tutte le foreste e in tutti i deserti delle province ancora selvagge, si celebrava il sabba. Gli adepti vi si recavano mascherati e irriconoscibili; l’assemblea spegneva le luci e si disperdeva allo spuntare del giorno; i colpevoli erano dappertutto, ma non si riusciva a prenderli da nessuna parte. Carlo Magno decise di combatterli con le loro stesse armi. A quei tempi, d’altronde, le tirannie feudali cospiravano coi ribelli contro l’autorità legittima; le streghe erano le prostitute dei castelli; i banditi iniziati al sabba dividevano coi signori i frutti insanguinati delle loro rapine; si vendevano le giustizie feudali al miglior offerente, e la spesa pubblica era soltanto a carico dei deboli e dei poveri, che ne erano schiacciati.

Carlo Magno mandò in Westfalia, dove la situazione era peggiore, degli agenti feudali, incaricati di una missione segreta. Questi inviati attirarono e legarono a sé col giuramento e la sorveglianza reciproca quanti fra gli oppressi avevano ancora energia e quanti fra il popolo e la nobiltà amavano ancora la giustizia. Rivelarono ai loro adepti i pieni poteri che l’imperatore aveva conferito loro, e istituirono il tribunale dei liberi-giudici. Si trattava di una polizia segreta, avente diritto di vita e di morte. Il mistero che circondava i giudizi, la rapidità delle esecuzioni, tutto ciò colpì l’immaginazione di questi popoli ancora barbari.

La Santa Vehme assunse proporzioni gigantesche. Si rabbrividiva raccontando di apparizioni di uomini mascherati, di citazioni affisse alle porte delle dimore di signori potentissimi, perfino vicino alle loro guardie e durante le orge, di capi di briganti trovati morti col terribile pugnale cruciforme nel petto, sul quale era infisso un cartiglio che riportava l’estratto del giudizio della Santa Vehme.

Questo tribunale ostentava, nelle sue riunioni, manifestazioni fantasiose: il colpevole, preso in qualche crocicchio malfamato, era afferrato da un uomo nero che gli bendava gli occhi e lo portava via in silenzio. E ciò avveniva sempre di sera, a tarda ora, perché i giudizi si pronunciavano solo a mezzanotte. Il criminale era introdotto in vasti sotterranei, dove una voce lo interrogava; poi gli si toglieva la benda: il sotterraneo si illuminava in tutte le sue recondite profondità e apparivano i liberi-giudici, tutti vestiti di nero e mascherati. Non sempre le sentenze erano mortali, dal momento che qualcuno è tornato a dire ciò che vi succedeva, e un libero-giudice non l’avrebbe mai detto, perché la morte l’avrebbe colpito all’istante.

A queste spaventose assemblee partecipavano così tante persone da far pensare a un’armata di sterminatori: una notte in cui l’imperatore Sigismondo [lo stesso fondatore dell’Ordo Draconis] presiedeva lui stesso la Santa Vehme, intorno a lui sedevano in cerchio più di mille liberi-giudici.

Nel XV secolo, c’erano in Germania centomila liberi-giudici. La gente con la coscienza sporca temeva parenti e amici. «Se il duca Adolfo di Sleiswyek viene a farmi visita» diceva un giorno Guglielmo di Brunswick «bisognerà pure che lo faccia impiccare, se non voglio essere impiccato io stesso».

Un principe della stessa famiglia, il duca Federico di Brunswick, che fu per brevissimo tempo imperatore, si era rifiutato di recarsi a una citazione dei liberi-giudici; non usciva più se non armato di tutto punto e circondato da guardie. Ma un giorno dovette allontanarsi un poco dal suo seguito e togliersi una parte dell’armatura: non lo si vide più tornare. Le guardie entrarono nel boschetto dove il duca aveva voluto stare solo un momento; il disgraziato stava morendo, col pugnale della Santa Vehme nelle reni e la sentenza appesa al pugnale. Guardarono da ogni parte, e videro un uomo mascherato che si allontanava con passo solenne… Nessuno osò inseguirlo!

Nel Reichstheater di Müller è stato pubblicato il codice della corte vehmica, ritrovato negli antichi archivi di Westfalia. Ecco il titolo di questo vecchio documento: «Codice e statuto del santo tribunale segreto dei liberi-conti e dei liberi-giudici di Westfalia, istituiti dall’imperatore Carlo Magno nell’anno 772, con l’aggiunta delle correzioni apportate al suddetto statuto nel 1404 dal re Roberto, che vi ha fatto cambiamenti e aggiunte, secondo le esigenze dell’amministrazione della giustizia, nei tribunali degli illuminati, dopo averli investiti della sua autorità». Un’avvertenza, posta sulla prima pagina, proibisce a qualsiasi profano di gettare uno sguardo su questo libro.

Il nome di «illuminati» che è dato qui agli affiliati del tribunale segreto, rivela quale fosse la loro missione: essi dovevano seguire nell’ombra gli adoratori delle tenebre, circuivano misteriosamente coloro che cospiravano contro la società ammantandosi di mistero; ma erano i soldati occulti della luce, che dovevano far esplodere la luce su tutte le trame criminali. Questo era il significato di quello splendore improvviso che illuminava il tribunale quando pronunciava una sentenza.

Le disposizioni pubbliche della legge ai tempi di Carlo Magno autorizzavano questa guerra santa contro i tiranni della notte. Si può vedere nei Capitolari con quali pene dovessero essere puniti gli stregoni, gli indovini, gli incantatori, coloro che facevano le legature, che evocavano il diavolo e gli avvelenatori per mezzo di presunti filtri d’amore. Le stesse leggi proibivano espressamente di offuscare l’aria, di provocare tempeste, di fabbricare caratteri e talismani, di gettare il malocchio, di fare malefizi, di praticare sortilegi, sia sugli uomini sia sui greggi.

Gli stregoni, gli astrologi, gli indovini, i negromanti, i matematici occulti erano dichiarati esecrabili e condannati alle stesse pene degli avvelenatori, dei ladri, degli assassini. Tale severità è comprensibile se si pensa ai riti orribili della magia nera e agli infanticidi sacrificali. Il pericolo doveva essere davvero grande se la repressione si manifestava in forme così molteplici e severe.

Eliphas Lévi, Storia della Magia


Ancora sulla SANTA VEHME:
Ricostruzione di NOTEBOOKLM da Cos’È Cosa Nostra di Stefania Marin

Il legame tra la Santa Vehme (o Tribunale Veemico) e la Mafia italiana (Cosa Nostra) si fonda su una presunta continuità storica, ideale e metodologica che attraversa i secoli, passando per sette intermedie come i Vendicosi e i Beati Paoli. Seguono i punti chiave che collegano queste due realtà secondo le fonti:

1. Derivazione Storica e Sette Intermedie: Le fonti suggeriscono che la Santa Vehme, [ri]sorta in Westfalia all’inizio del XIII secolo, fosse un modello di società segreta politica volto a resistere all’oppressione. Esiste l’ipotesi che la setta siciliana dei Vendicosi (XII secolo) e la Santa Vehme fossero branche diverse di un’unica organizzazione legata alla casa reale sveva. Successivamente, la tradizione popolare indica che i Vendicosi si siano riattivati nel XV-XVI secolo sotto il nome di Beati Paoli, i quali sono considerati dai mafiosi stessi i loro diretti antenati;

2. Affinità nei Metodi e nel Simbolismo, tra cui:

2a. Il Tribunale Occulto: Entrambe le organizzazioni operavano come tribunali invisibili che giudicavano e punivano i colpevoli che la legge ordinaria non riusciva a colpire;

2b. L’uso del Pugnale: Sia per la Santa Vehme che per i Beati Paoli (e successivamente per la Mafia), il pugnale era lo strumento d’elezione per eseguire le sentenze di morte;

2c. Segretezza e Omertà: Entrambe imponevano ai membri giuramenti solenni di segretezza assoluta sotto pena della vita, richiamando quello che oggi conosciamo come il codice dell’omertà;

3. La Testimonianza dei Mafiosi: L’idea di questo legame non è solo storiografica ma interna alla cultura mafiosa. Il boss Tommaso Buscetta dichiarò esplicitamente che la mafia affonda le radici nel passato, citando i Beati Paoli come predecessori con cui condividevano «lo stesso giuramento e gli stessi doveri». Alcuni autori del XIX secolo, come Gabriele Quattromani, arrivarono a definire i Beati Paoli come i «figli» del Tribunale segreto westfalico (Santa Vehme);

4. Il Modello Comune (gli Assassini): Entrambe le organizzazioni sembrano aver tratto ispirazione dalla Setta degli Assassini mediorientale. La Santa Vehme ne imitò la struttura gerarchica e l’iniziazione, mentre la Mafia ha mantenuto nel tempo un modus operandi e una dottrina segreta che alcuni ricercatori rintracciano fino alle logge ismailite d’Oriente.

In sintesi, la storiografia e il folclore delineano un percorso evolutivo che parte dai tribunali segreti tedeschi e, attraverso la dominazione sveva in Sicilia, si trasforma nei Vendicosi, poi nei Beati Paoli, fino a giungere alla struttura moderna di Cosa Nostra. Potremmo immaginare questa connessione come un antico fiume sotterraneo che nasce nelle foreste della Germania medievale; pur cambiando nome e scorrere in terre diverse come la Sicilia, mantiene la stessa acqua torbida fatta di giustizia privata, segretezza e rituali di sangue fino a riemergere in superficie nelle forme della Mafia moderna.