
Una Conferma alla Teoria dell’Infiltrazione Giudaica
dal “Joseph d’Arimathie” di Robert de Boron
A cavallo tra XII e XIII secolo, Robert de Boron compone la Trilogia del Graal, il cui primo volume, “Joseph d’Arimathie”, è una rielaborazione del Vangelo Apocrifo di Nicodemo, risalente questo al II secolo. Il Giuseppe di Arimatea descritto da Boron è tuttavia totalmente alieno dal Giuseppe di Arimatea storico, specie assumendo il profilo delineato dai Documenti A-B-C-D considerati ne Il Tempio degli Illuminati e coevi al suddetto Vangelo. In particolare, il Giuseppe di A. di Boron comunica con Gesù solo dopo la crocifissione (come San Paolo), mentre il Giuseppe di A. dei Documenti è lo stesso Cleofa-Alfeo che ha adottato Gesù e ne ha sposato la madre dopo la morte di Giuseppe “il Carpentiere”, adottando anch’egli nome “Giuseppe” in onore al defunto.
Il testo di Robert de Boron sembra piuttosto impiegare la figura di Giuseppe di Arimatea in rappresentanza a quella di Giuseppe Flavio, un sospetto che emerge la prima volta nel rapporto do ut des con l’imperatore Vespasiano. Nel racconto, Vespasiano è guarito dal velo di Veronica e libera in cambio Giuseppe dalla prigione; nella realtà, Vespasiano è foraggiato col tesoro del Tempio e offre in cambio un salvacondotto a Giuseppe (Flavio) e ai suoi faccendieri.[1] Nel racconto, Giuseppe dà inizio alla genealogia del Sang Real (protetta dalla Rosa+Croce); nella realtà, Giuseppe (Flavio) dà inizio al ramo giudeo degli Illuminati (che appare oggi il più influente, protetto dalla Massoneria).
La versione di Boron sembra inoltre anticipare di otto secoli la ricostruzione di Flavio Barbiero secondo cui Giuseppe e i suoi compari avrebbero istituito la Chiesa Romana come strumento di potere che adattava ai propri fini il messaggio del nazareno. Gli stessi, adottati inizialmente dalle gentes Flavia e Anicia, entro la fine del medioevo avrebbero introdotto i propri eredi in tutte le principali casate nobiliari europee. Curiosamente, lo stesso gruppo sacerdotale (i farisei o un loro sottoinsieme) era responsabile della “correzione” dei testi biblici in virtù della quale la genealogia dei sommi sacerdoti veniva tranciata dal “ramo” di Mosé per innestarla in quello di Aronne. La ragione sembra trovarsi nel sangue egizio che Mosé aveva acquisito dalla madre Termuti, sorella del faraone Sethi I.[2]
In Robert de Boron leggiamo infatti che: 1) Vespasiano si fa battezzare e favorisce il cristianesimo a Roma; 2) Mosé era falso e malvagio, e non si parlerà più di lui fino all’avvento dello Spirito Santo. Curioso infine che Hari Mathaias (greco di “Arimatea”) e Huios Matthiou (greco di “ben Matityahu”, cognome di G. Flavio prima dell’adozione) abbiano identico significato a patto che il prefisso “Hari” venga tradotto dall’antica lingua egizia, guarda caso l’idioma nativo di Mosé.
[1] Il patto tra Vespasiano e Giuseppe Flavio (siglato nel 69 d.C.) rinnovava un precedente accordo tra Seneca e San Paolo (41 d.C.). Cfr. D. Marin, Appunti di Storia Proibita (I.P. 2020), #12 “Lo Gnosticismo di Gesù di Nazareth”.
[2] Lo studio più rilevante in merito è Flavio Barbiero, The Secret Society of Moses: The Mosaic Bloodline and a Conspiracy Spanning Three Millennia (Inner Traditions 2010), riprodotto in parte in Le Radici Giudaico-Cristiane dell’Europa (Profondo Rosso 2018). Cfr. anche Diego Marin & Stefania Marin, Il Sangue degli Illuminati (Macro 2021), D. Marin, Appunti di Storia Proibita (I.P. 2020) e D. Marin & Davide S. Amore, Il Tempio degli Illuminati (I.P. 2025).