
(Tiziano Terzani, Un Altro Giro di Giostra, TEA 2024, pp. 253-255)
[Terzani passa in rassegna i vari newager e fanatici del complotto.] Leopold chiamava quella congrega di cani sciolti l’Accademia dei Matti. Ma a me quei matti interessavano. Erano la cartina di tornasole dell’inquietudine strisciante nella società occidentale; erano l’espressione, pur esasperata, di una crisi che molti, specie fra i giovani, sentono e che non è più possibile ignorare.
Mi interessava ad esempio il loro sospetto nei confronti della scienza. Era un sospetto che, specie dopo New York, avevo anch’io. Come potevo contraddire Dan quando sosteneva che la scienza, pur avendoci promesso più libertà dai bisogni, più benessere e più felicità, ci aveva in verità anche inquinato il mondo rendendocelo sempre più invivibile? E sul piano personale potevo non dargli ragione quando lui, tornando a parlare degli “assassini in camice bianco”, diceva che quelli, con la loro scienza, avevano – forse – eliminato i sintomi del mio malanno, ma certo non il malanno in sé? Era così. Lo sapevo.
Sulle premesse di tanti loro ragionamenti ero d’accordo. È vero che la ricerca scientifica è ormai completamente dominata da interessi pratici, commerciali o militari che siano. È vero che la scienza è tutta orientata sulla materia, che descrive il mondo in termini solo matematici e che non riesce a capire la vita e le emozioni umani. Quello su cui non ero affatto d’accordo erano le loro conclusioni. La scienza non è “inutile” come dicevano alcuni e tanto meno è “il nemico numero uno dell’umanità” come sostenevano altri.
La scienza è un importante strumento della conoscenza. L’errore è ritenere che sia il solo. Se l’Occidente fosse meno ossessionato da ciò che crede essere “obbiettivo” e studiasse il mondo esterno più come l’Oriente ha studiato quello interiore, cioè come punto di incontro tra obbiettivo e soggettivo, forse finiremmo tutti per capire di più di tutto.
Voler provare scientificamente certi fenomeni umani, come quelli extra-sensoriali, è semplicemente impossibile, perché nel fatto stesso di voler essere “scientifici”, cioè obbiettivi, si nega quell’aspetto emotivo e spirituale che è esattamente la ragione di questi fenomeni. Non è un caso che il limite della grande scoperta di Freud sia stato il suo non aver tenuto di conto dell’aspetto spirituale dell’uomo, come se davvero il “bisogno di dio” fosse una funzione biochimica del nostro cervello; tesi questa sostenuta da alcuni scienziati americani. Non è stato ugualmente un caso se Jung, che pur sentiva quel bisogno, fosse molto preoccupato di dare l’impressione d’aver saltato il fossato, di non essere più nel regno della scienza e con questo di non essere più preso sul serio.
Perché è così: gli scienziati pensano che lo strumento con cui operano dia loro un’autorità e al limite anche una moralità che nessun altro può reclamare. Ma la scienza di per sé non ha né questo né quello; la scienza non è né negativa, né positiva. Tutto dipende dall’uso che se ne fa. Gli orientalissimi cinesi scoprirono per primi il potere della polvere da sparo, ma la usarono per fare i fuochi d’artificio e per rischiarare l’oscurità della notte con fantasmagorici fiori di luce colorata. Noi occidentali arrivammo alla polvere da sparo un po’ dopo i cinesi, ma ne facemmo subito uno strumento di guerra, un modo per uccidere, da lontano e senza sporcarsi le mani, più gente possibile.
«La scienza occidentale è un sapere ignorante», scrisse più di un secolo fa un tamil di Jaffna, in Sri Lanka. Forse aveva proprio ragione.
Certo non hanno ragione i seguaci della new age che pensano di poter rinunciare alla scienza, alla ragione e di potere impunemente fuggire nell’occulto e nell’irrazionale prendendo acriticamente per buona qualsiasi sciocchezza o qualsiasi follia. È una reazione pericolosa, questa. Abdicare alla ragione, rinunciare alla mente significa esporsi a una forma di anarchia intellettuale che, invece di liberare l’uomo, finirà per farlo schiavo di una qualche nuova tirannide.