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Un’Epidemia di Visioni

Visioni in Francia

Sotto il regno di Pipino il Breve (751-768) apparvero pubblicamente in Francia fenomeni molto strani.

L’aria era piena di figure umane, il cielo rifletteva miraggi di palazzi, giardini, mari agitati, vascelli con le vele al vento ed eserciti schierati in battaglia. L’atmosfera pareva un grande sogno e tutti potevano vedere e distinguere i particolari di queste fantastiche apparizioni.

Si trattava di un’epidemia che intaccava gli organi della vita? O di una perturbazione atmosferica che proiettava miraggi nell’aria condensata? O non era piuttosto un’allucinazione collettiva, prodotta da qualche principio inebriante e pestilenziale sparso nell’atmosfera?

Quest’ultima supposizione sembra la più probabile, poiché queste visioni esasperavano il popolo; la gente credeva di distinguere nell’aria degli stregoni che spandevano a piene mani polveri malefiche e veleni. I campi erano sterili, il bestiame moriva e la mortalità colpiva anche gli uomini.

Si diffusa allora una favola destinata ad avere tanto più successo e credito in quanto era del tutto stravagante.

Un famoso cabalista di nome Zedechia faceva allora scuola di scienze occulte, e insegnava non la Cabala, ma le ipotesi divertenti che ne possono risultare e che formano la parte esoterica di questa scienza che è nascosta al volgo.

Zedechia rallegrava dunque gli spiriti con la mitologia della Cabala misteriosa.

Raccontava come Adamo, il primo uomo, creato dapprima in uno stato quasi spirituale, abitasse al di sopra della nostra atmosfera, dove la luce faceva nascere per lui e a suo piacimento una meravigliosa vegetazione. Era servito da una quantità di esseri di grande bellezza, creati a immagine dell’uomo e della donna, di cui erano il riflesso animato, e formati dalla più pura sostanza degli elementi: erano silfi, salamandre, ondine e gnomi. Allo stato di innocenza, Adamo regnava su questi gnomi e sulle ondine, tramite silfi e salamandre, che, soli, avevano il potere di elevarsi fino al suo paradiso aereo.

Nulla eguagliava la bellezza della coppia primitiva, servita da silfi. Questi spiriti mortali erano abilissimi a costruire, tessere, far splendere la luce nelle forme più varie che l’immaginazione più brillante e più feconda potesse concepire.

Il paradiso terrestre, così chiamato perché si posava sull’atmosfera della Terra, era dunque il luogo degli incantesimi; Adamo ed Eva dormivano in palazzi di perle e zaffiri, le rose sbocciavano intorno a loro e si stendevano in tappeto sotto i loro piedi; essi scivolavano sull’acqua in conchiglie di madreperla tirate da cigni; gli uccelli cantavano per loro una musica deliziosa, i fiori si chinavano per accarezzarli.

Il peccato fece loro perdere tutto ciò precipitandoli sulla Terra. I corpi materiali di cui furono ricoperti sono le pelli delle bestie di cui si parla nella Bibbia.

Essi si trovarono soli e nudi su di una Terra che non ubbidiva più ai loro capricci. Dimenticarono persino la vita nell’Eden, di cui serbavano solo un ricordo come di un sogno.

Tuttavia, al di sopra dell’atmosfera, esistevano sempre le regioni paradisiache, abitate soltanto da silfi e salamandre, rimasti a custodire i possedimenti dell’uomo, come domestici afflitti, lasciati nel castello di un padrone che non sperano più di veder tornare.

Gli uomini avevano la mente piena di queste finzioni meravigliose quando apparvero i miraggi del cielo e le figure umane nelle nubi. Nessun dubbio: erano silfi e salamandre, quegli stessi di cui parlava Zedechia, che venivano a cercare i loro antichi padroni.

Si confusero i sogni con la veglia, e parecchie persone credettero di essere rapite dagli esseri eterei. Si parlava di viaggi nei paesi del cielo, così come tra noi si parla di mobili animati e di manifestazioni fluide.

Le migliori menti furono colte da follia e la Chiesa dovette intervenire. La Chiesa non ama molto le comunicazioni soprannaturali fatte alle folle. Simili rivelazioni, che distruggono il rispetto dovuto all’autorità e alla linea gerarchica dell’insegnamento, creano il disordine e non potrebbero quindi essere attribuite allo spirito di ordine e di luce.

I fantasmi delle nubi furono considerati come illusioni dell’inferno; e allora il popolo, ansioso di prendersela con qualcuno, promosse in un certo senso una crociata contro gli stregoni.

La follia generale si concluse con una crisi di furore. Le persone sconosciute che si incontravano per la campagna erano accusate di scendere dal cielo e uccise senza pietà. Parecchi maniaci confessarono di essere stati rapiti da silfi o demoni. Altri, che se ne erano già vantati, non vollero o non poterono più smentire: li bruciarono o li gettarono nell’acqua. Garinet [in Historie de la Magie en France, 1818] sostiene che il numero di persone perite in tal modo in tutto il regno fu tanto elevato che darvi credito potrebbe essere difficile.

Così si risolvono i drammi in cui i ruoli principali sono interpretati dall’ignoranza e dalla paura.

Queste epidemie visionarie si riprodussero sotto i regni che seguirono, e Carlomagno dovette intervenire con tutta la sua autorità per calmare l’agitazione pubblica. Un editto, rinnovato poi al tempo di Luigi il Buono, con la minaccia di gravissime pene proibì ai silfi di mostrarsi.

La gente comprese che, in mancanza di silfi, tali pene avrebbero colpito coloro che si fossero vantati di averne visti, e finì che nessuno più ne vide. I vascelli aerei rientrarono nei porti dell’oblio e nessuno pretese più di aver viaggiato attraverso i cieli.

Altre frenesie popolari e gli splendori romanzeschi del regno di Carlo Magno fornirono alla leggenda altri prodigi in cui credere e altre meraviglie da raccontare.

Eliphas Lévi, Storia della Magia, 1860

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